Pubblicato il 19 dicembre 2016

Questione di Made in Italy: le riflessioni di Filippo Pagliani e Michele Rossi

La diffusione di un progetto intellettuale, quale è l’Architettura sconta la difficoltà di essere immateriale. Il valore del Made in Italy si riconosce nel Design, l’Architettura è al seguito. Con parecchi rischi.
Modulo: Siete fortemente proiettati verso i territori stranieri? 
Filippo Pagliani: Ci collochiamo in una posizione atipica rispetto agli studi che hanno prefigurato una strategia di sviluppo verso l’estero. Facciamo il 90% del fatturato in Italia e la maggior parte dei nostri progetti esteri partono da una committenza italiana. Lavorare all’estero significa, in prima battuta, investire, in un momento parallelo e successivo, creare relazioni, conoscere la cultura e appropriarsi delle tipicità del Paese. La conoscenza delle diverse culture locali determina un progressivo processo di internazionalizzazione del progetto. Un impegno oneroso sotto più aspetti. 

Michele Rossi: Oltre a questo non siamo motivati da una forte tensione verso l’ambito internazionale di affermazione professionale. In qualche misura inibiscono questo percorso, la dimensione dello studio e le scelte di vita personali. Anche se siamo consapevoli che all’estero si possa guadagnare di più. Esistono comunque diverse “dimensioni di estero”: ad esempio, l’ambito dell’Interior e del Retail ha caratteristiche diverse da quello del Building, anche se la matrice di controllo progettuale è molto forte per entrambe le esperienze. 

Filippo Pagliani: La complessità di individuare un Paese che possa offrire un consistente bacino di lavoro, assimilare, anche se non in prima persona, ma attraverso figure professionali delegate, codici normativi e legislativi profondamente diversi da quelli “familiari” della dimensione europea, impone la strutturazione di un sistema estremamente impegnativo, soprattutto quando l’obiettivo sia non la mera vendita di servizi, ma il trasferimento di progetti di qualità. Abbiamo lavorato in Kazakistan e avuto approcci in Russia e nei paesi arabi, in Angola, parliamo quindi per esperienza diretta. 
L’internazionalizzazione del linguaggio talvolta conduce a edifici indifferenziati, esito di un processo poco architettonico e molto “industriale”. Michele Rossi: La vera leadership del progetto italiano è detenuta dal Design e dall’Interior, l’Architettura viene a seguito dell’eccellenza indiscussa del Design. E si possono individuare facilmente anche le radici storiche di questa tendenza: il Design è legato al mondo dell’industria e della produzione, la riconoscibilità viene attribuita a un sistema e non solo al progettista quale deus ex machina dell’oggetto. Questo è ulteriormente testimoniato dal fatto che molti designer stranieri approdano in Italia e contribuiscono a consolidare la leadership del Design nazionale insieme ai maestri italiani. Non esiste, invece, un vero e proprio Made in Italy per l’Architettura. È pure verso che la diffusione di un “progetto intellettuale” è più complessa, considerandone gli aspetti immateriali. 

Modulo: I vostri progetti itineranti per l’Europa sono esemplificativi di un trasferimento intellettuale, di un’idea che si plasma a seconda del luogo, senza mai perdere identità, ma totalmente permeabile ai luoghi… 
Filippo Pagliani: The Cube è un progetto che si è sviluppato dal 2010 al 2012 attraversando e modificando temporaneamente lo skyline delle città storiche europee, Bruxelles, Milano, Londra, Stoccolma. Il committente del progetto è stato Electrolux. Priceless nasce con lo stesso spirito itinerante, il committente del progetto è MasterCard, per ora installata a Milano, sopra palazzo Beltrami, in Piazza della Scala. 
In entrambi i casi si tratta di un’architettura-scultura, un modulo pensato per essere trasferito e sovrapposto a edifici esistenti ed essere visto, senza entrare in conflitto con l’ambiente di riferimento. 

Michele Rossi: La difficoltà di concepire questo tipo di oggetti è legata allo straniamento progettuale: è stato come progettare un’astronave della quale non si conosceva la rotta futura. Ci siamo concentrati sulla qualità, sulla percezione dello spazio e sulle prestazioni tecnologiche per il controllo climatico e per il comfort acustico. La mancanza totale di informazioni (inclusa quella essenziale dell’orientamento dell’edificio) ci ha suggerito di pensare a una sorta di guscio, una specie di nido protettivo, Priceless Milano è, dunque, una struttura temporanea, adibita a ristorante, uno spazio estremamente flessibile, con una forte capacità di adeguarsi al luogo dove verrà installato. La copertura è rivestita da una pelle in lamiera di alluminio forato, pressopiegata e anodizzata con tinte bronzo/oro. Questa vela funziona come protezione della struttura dall’irradiazione solare, garantendo anche la vivibilità dell’area esterna, una suggestiva terrazza. 
Dal punto di vista della tecnologia costruttiva, per ridurre i tempi di costruzione e massimizzare l’efficienza, abbiamo elaborato un progetto composto da otto moduli da assemblare rapidamente…si costruisce in tre notti. La vela – di notte illuminata e di giorno, come accennato, con funzione di protezione dal sole – è composta da tre porzioni con assetti differenti che si possono adeguare e adattare. Si tratta di un’esperienza progettuale esaltante, si inventa il luogo, perché non esiste a monte del pensiero, è un’esperienza unica sempre, la vista di una città. 


Pubblicato su Modulo 398
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Categorie: Architettura