Pubblicato il 30 novembre 2015

CL&AA Claudio Lucchin: l’architettura è regia

“La qualità in architettura è soprattutto qualità delle idee. Da finalizzare alla gratificante fruizione degli utenti, residenti, allievi, impiegati, operai…senza esibizioni o trionfalismi”.
Claudio Lucchin è un personaggio forte che si impone per la passione che è riuscito a conservare nel corso di trent’anni di professione. Una passione e una dedizione immutate, nonostante le condizioni al contorno del “fare architettura” siano quasi ostili nel contesto italiano. 
Chiacchierando con Lucchin subito emerge il pensiero di fondo che informa tutta la sua filosofia progettuale: l’architettura non è un fine, ma un mezzo per costruire e riqualificare contesti che siano in grado di garantire benessere e comfort agli utenti, ai cittadini. È un pensiero ricorrente che non deroga alle lusinghe più recenti e diffuse a livello internazionale, la tendenza al segno distintivo, la “firma” dell’archistar. E che non conosce distinzioni per la scala dell’intervento, residenziale/domestica, pubblica, didattica, di fruizione culturale. “È sempre possibile fare un’architettura di qualità”. 

Ma cosa significa fare architettura di qualità? Ed è sempre possibile fare architettura di qualità oppure a volte vincoli economici, normativi, di committenza…impongono di abbassare il livello?  
“È difficile definire un reale concetto di qualità perché il progetto si interseca necessariamente con l’ambito della burocrazia, dei vincoli non sempre ragionevoli. Ma una seria progettazione non si piega neppure ai budget ridotti, anzi ne trae stimolo e creatività. La qualità in architettura è soprattutto qualità delle idee finalizzate a rendere felice chi occuperà quegli spazi, gli edifici, le case, le scuole, i luoghi di lavoro. L’estrema attenzione alla tecnologia, esasperata al di là della funzione e dell’obiettivo di semplificazione e miglioramento delle prestazioni, è un altro elemento che concorre a rendere arido il processo creativo. Gli architetti hanno paura di perdere il controllo del progetto, sommersi da un overloaded di informazioni ed esigenze tecnologiche apparentemente irrinunciabili. L’esito di questa cattiva gestione del pensiero di architettura è la produzione di oggetti auto referenziati che poco hanno a che spartire con l’architettura come progetto di regia. L’obiettivo è quello di finalizzare il proprio interesse di professionisti del pensiero costruttivo all’essere umano. Porre il fruitore al centro del pensiero architettonico crea un percorso fluido che conduce all’architettura di qualità, integrando la tecnologia con modalità opportune. E significa creare architetture che non respingono, architetture che non siano auto rappresentazioni di sé stesse, ma accolgano. In questo senso le parole tecnologia e innovazione hanno realmente a che fare con l’architettura, innovazione in architettura significa materiali ad alte prestazioni, impianti eccellenti, adeguamenti, informazioni, approcci alle situazioni preziose in una dinamica di progetto complesso. Tuttavia, è importante non scordare che l’architettura “si fa” con il pensiero allo spazio e al modello di insediamento per l’essere umano. Non esiste alcuna dicotomia tra innovazione di “pensiero progettuale” o innovazione legata alle tecnologie, è un falso modi di interpretare il progresso che non si può limitare a una componente specifica di un processo che coinvolge ambiti diversi in interazione tra loro. Così come è importante osservare l’evoluzione del modello sociale e adeguare l’architettura al diverso modo di fruire gli spazi domestici, i luoghi deputati allo studio, al lavoro, allo svago e alla cultura, è altrettanto importante riuscire a cogliere le opportunità che derivano dalla messa a punto di nuove tecnologie. Parlare di rappresentazione dello spazio nel progetto di architettura non significa essere rimasti indietro, significa sapere da che parte cominciare il progetto”. 

Phil Bernstein, Vice President for Strategic Industry Relations di Autodesk e membro della facoltà della Yale School of Architecture sul tema di come stia cambiando la professione dell’architetto nell’era digitale ha affermato - “L’obiettivo sotteso, quello di mostrare una dimensione altra dell’architettura legata al contesto contemporaneo, al risparmio energetico, alla riduzione delle risorse, deve prendere le distanze dall’architettura frutto di una visione auto riferita tesa solo a lasciare un segno personale”. 
“Quello che fa un grande progetto è la Committenza, il team di progetto e l’utenza, se manca una delle tre componenti, direi a pari peso, si scade in progetti di qualità inferiore. I progetti hanno bisogno di tempo per funzionare, è sicuramente necessario un tempo di assimilazione della complessità e della nuova presenza sul territorio. Tuttavia, quando un oggetto è sbagliato per un luogo, allora non c’è tempo che tenga. E se è vero che il budget è una componente significativa nell’impostazione del progetto, tuttavia si può lavorare in modo eccellente anche in un clima di risorse limitate. Per la scuola ipogea di Hannah Arendt il budget a disposizione era di 340 al metro quadrato. Non è necessario avere un grande budget per lasciare un segno architettonico ambientale responsabile e, soprattutto, il budget non può modulare lo stile progettuale”. 

Pubblicato su Modulo 397, ottobre 2015