Pubblicato il 31 maggio 2013

Studio Valle Progettazioni: conversazione con Tommaso Valle

High tech e grandi strutture, tecnologie avanzate, ma anche concessioni alla tradizione. Cinquant’anni di professione di un protagonista italiano.
Modulo: Lo Studio Valle, da Cesare Valle senior all’attuale assetto…lo studio ha sviluppato nell’arco di oltre cinquant’anni di attività un linguaggio architettonico basato sull’utilizzo di molte tecnologie, ma prevalentemente dell’acciaio e del vetro. Non sono mancate sporadiche concessioni alla tradizione materica ed alla storia. Ci racconti l’evoluzione di questo linguaggio. 
Tommaso Valle: Reputo importantissima la riconoscibilità di un linguaggio architettonico proprio, come parte di un’espressività assolutamente intima del suo autore. Tuttavia, l’architettura, a differenza delle altre arti, arriva ad essere ben riuscita se è in grado di mettere in atto una sintesi tra la sensibilità del progettista e la specificità del contesto, le tradizioni locali, il genius loci. Intervenire in un ambito come quello italiano, significa, in primo luogo, istituire un confronto con una tradizione estetica dominata dalla gravità della materia ed in cui specifiche correnti architettoniche hanno trovato terreno ostile alla loro attuazione. È questo un fenomeno non solo contemporaneo, ma indubbiamente anche storico. In questo senso basti pensare alle variazioni con cui l’architettura gotica ha trovato diffusione in Italia: ben lontana dagli esempi d’oltralpe, anziché slanciarsi coraggiosamente verso l’alto, rimaneva, comunque, ancorata al peso del proprio costrutto quasi a testimoniare come non fosse possibile “importare” un modello senza che lo stesso si contaminasse della storia di un luogo.  
Lo Studio Valle si è sempre più indirizzato, nel corso di oltre cinquant’anni di attività, verso un linguaggio architettonico “high tech”, che ha impiegato l’evoluzione della concezione della struttura e della tecnologia dell’acciaio e del vetro per la creazione di un’estetica dominata dalla trasparenza e dalla leggerezza. Nel corso di questa evoluzione non sono mancate le concessioni che l’architettura italiana, come accennavo, deve talvolta necessariamente alla storia. In questi casi, la scelta di adozione di un linguaggio è sempre avvenuta in maniera critica, opportunamente ponderando l’esasperazione dell’impiego della tecnologia, al contesto di riferimento, agli aspetti strettamente funzionali e alle necessarie esigenze della committenza. Senza retrocedere troppo con lo sguardo fino a progetti in cui non si era raggiunta la piena maturazione di questo iter, direi che la Cantina Icario di Montepulciano è esemplificativa in questo senso. Il concept progettuale nasce indubbiamente dalla suggestione dell’architettura locale e dall’esigenza, specifica di questo contesto, di introdurre nel paesaggio un elemento mimetico e non invasivo della volumetria. Tuttavia, l’impiego della tecnologia e l’estetica della trasparenza e della leggerezza capovolgono il rapporto usuale esterno-interno in uno spazio che, circoscritto entro il suo involucro, si ripiega su sé stesso privilegiando i rapporti visuali interno-interno. L’adesione ad un linguaggio architettonico quindi, a mio avviso, non deve avvenire in maniera a-critica e decontestualizzata ma in talune circostanze deve essere in grado di contaminarsi della storia del luogo senza, tuttavia, completamente snaturarsi.  

Modulo: Relativamente all’attività dello Studio Valle, si è parlato spesso di “megastrutture”.  
Tommaso Valle: Senz’altro, uno dei contributi più importanti che lo Studio Valle ha fornito alla ricerca è riconducibile al ruolo che la struttura ha assunto all’interno della dimensione architettonica della forma. In questo senso, si parla di “megastrutture” come di quelle strutture che hanno subito un “salto di scala”, tanto in termini dimensionali, in quanto concepite ad una macro-scala, quanto formali, dal momento che si sono appropriate di un ruolo che non gli appartiene, quello estetico-formale, divenendo principali generatrici dello spazio architettonico. 
Il Padiglione Italiano per l’Expo Internazionale di Osaka, del 1970, il Terminal Portuale di Yokohama, del 1995, ed il Padiglione Italiano per l’Expo Universale di Shanghai, del 2010, si pongono come estrema sintesi di questo specifico iter evolutivo del linguaggio architettonico dello Studio e della valenza estetica progressivamente acquisita dalla componente strutturale.  
Il Padiglione di Osaka rappresenta un prototipo sviluppatosi sull’enfasi del filone delle utopie avanguardistiche in cui l’urbanizzazione è intesa come processo di matrice industriale: tecnologico, temporaneo, senza storia, decontestualizzato. La ricerca formale, strutturale e dell’impiego dei materiali qui condotta costituisce, di fatto, la prima sperimentazione linguistica realizzata dall’high-tech italiano segnando un momento di maturazione architettonica, strutturale e spaziale in cui si avvia un progressivo allontanamento dalla concezione tradizionale dello spazio e della struttura. Ad Osaka, la maglia strutturale tridimensionale subisce una deformazione lineare, delimitando così lo spazio interno attraverso le direttrici inclinate dei propri componenti strutturali che rivestono, pertanto, un ruolo innovativo rispetto alla precedente funzione esclusivamente statica, a sostegno dell’involucro architettonico. Il progetto del Padiglione Italiano Expo 70 rappresenta, dunque, il primo passo verso un’evoluzione della concezione spaziale e strutturale cartesiana, rigidamente vincolata alla struttura trilitica e alla dimensione verticale delle sollecitazioni, ad uno spazio complesso. Il definitivo allontanamento dalla concezione cartesiana dello spazio e trilitica della struttura avviene nel progetto, elaborato in occasione di un concorso internazionale, il Terminal Portuale di Yokohama: qui la struttura si disarticola nello spazio in una discronia di sinusoidi, scardinando definitivamente la differenziazione trilitica trave-pilastro e determinando un “macro” spazio dal carattere fortemente unitario. Alla struttura non viene più affidato un ruolo esclusivamente statico, ma diviene un segno. Gli appoggi delle sinusoidi di Yokohama distano tra loro 150 metri e si innalzano per 20 metri. Ancora oggi, sia pure con l’impiego di acciai speciali, questa dimensione sarebbe eccessiva, tuttavia combinando le strutture e trasformandole in sistemi complessi attraverso il raccordo delle onde in diversi punti dello spazio, è stato possibile limitare gli attacchi a terra. Ci tengo particolarmente a sottolineare questo punto, fondamentale per comprendere come sia stato possibile pensare, in termini realizzativi, strutture di questo genere, che non risulterebbero tali se non attraverso le potenzialità offerte dai nuovi materiali, dalle nuove tecnologie, dall’invenzione di nuovi macchinari per la lavorazione dell’acciaio, dai nuovi sistemi progettuali introdotti dall’era digitale.  
Nel recente progetto del Padiglione Italiano per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010, la complessità strutturale del precedente giapponese viene amplificata: la geometria sinusoide di Yokohama si scompone e ricompone in segni non più puri ma complessi. Varcato l’accesso si è sorprendentemente immersi in uno spazio inatteso, in cui l’unitarietà e la rigorosità geometrica del fronte strada si sostituiscono alla complessità e dinamicità di uno spazio disegnato da una doppia maglia strutturale dall’andamento sinuoso, le cui tessiture sovrapposte si propagano in direzioni tra loro ortogonali. Una matrice strutturale non più soggiogata dalla geometria “esatta” che si contamina di suggestioni naturalistiche assumendo profili liberamente e imprevedibilmente articolati. Sarebbe stato impensabile concepire il linguaggio high tech di quelli che la critica ha definito le megastrutture di Osaka, Yokahoma e Shanghai senza comprendere come le stesse siano il prodotto delle conquiste tecnologiche del loro tempo. Ad Osaka, la struttura, seppur formalmente innovativa, è ancora concepita e realizzata in maniera “tradizionale” con l’utilizzo di profili metallici tecnologicamente e tipo logicamente riconducibili a tecniche costruttive di taglio e assemblaggio del materiale di stampo tardo-ottocentesco. A Yokohama, l’invenzione tecnologica dei tubolari a sezione circolare, ancora impiegati con tecniche di “parzializzazione” delle sezioni ad andamento curvilineo, ha consentito un complessivo ripensamento dello spazio architettonico. 
Nel progetto di Shanghai si è, invece, attuata una definitiva compenetrazione tra conquista dello spazio e della tecnica: l’invenzione tecnologica dei nuovi macchinari per la creazione di travi a sezione triangolare ha consentito la creazione di maglie metalliche ad andamento complesso, evitando così il citato processo di parzializzazione ed ampliando notevolmente il campo delle configurazioni possibili. Osaka, Yokohama, Shanghai, non rappresentano quindi esclusivamente un’evoluzione linguistico-formale del linguaggio architettonico ma, soprattutto esempi di come la modernizzazione dei processi tecnologici e l’utilizzo di nuovi materiali abbiano contribuito a modificarlo. Questi tre progetti segnano, infatti, le tappe fondamentali di un diverso modo di concepire la struttura e lo spazio architettonico in rapporto alla dimensione umana. L’elemento segnico, non formale ma strutturale, sia esso una direttrice inclinata o una maglia sinusoidale, singola o doppia, è concepito in termini globali e unitari. Proprio dall’unicità del segno, che non deve ripetersi serialmente ma che deve essere formalmente riconoscibile, quindi un macro-segno, deriva necessariamente la configurazione di uno spazio stimolante, di ampio respiro che ne consenta la piena percezione a 360°. Non uno spazio di dimensione umana ma un mega spazio. Disegnato da una “megastruttura”.  

Modulo: Qual è la recente attività dello Studio? 
Tommaso Valle: Lo Studio Valle ha costantemente affiancato, nei suoi oltre cinquant’anni di attività, la propria professionalità condotta “sul campo” ad un’attività di ricerca e sperimentazione linguistica svolta attraverso i concorsi di progettazione, in particolare internazionali. Il concorso di progettazione è un fondamentale strumento di convergenza della sperimentazione e della ricerca architettonica, un’occasione sui generis di abrogazione delle consuete limitazioni creative, di sovrascrittura dei nazionalismi circoscritti, di confronto critico con professionisti dalle differenti culture ed esperienze.  
La crisi economica degli ultimi anni ha reso necessario, per noi progettisti, un’attenta operazione preliminare di management, finalizzata ad individuare i contesti più proficui in cui investire le risorse necessarie alle operazioni progettuali, di fatto vere e proprie operazioni economiche. Con mio grande rammarico, questi scenari hanno sempre più difficilmente interessato l’Italia, convergendo invece ultimamente, nel nostro caso, in ambiti come l’Iraq o la Cina, in occasione dei concorsi per la Nuova Sede del Parlamento iracheno a Baghdad; del Complesso multifunzionale “Shenhua Group’s Headquarter”, nell’isola di Hengqin; e del Megastore Macalline Red Star a Pechino. 
Dall’esperienza ormai acquisita, vorrei sottolineare come cimentarsi in ambito internazionale implichi, per i professionisti italiani, difficoltà di diversa natura, professionali ed istituzionali. Confrontarsi con colleghi esteri vuol dire, infatti, il più delle volte, rapportarsi a maggiori esperienze consolidate “sul campo” in quanto realizzare un’opera pubblica è divenuta, nel nostro paese, un’operazione quasi sporadica e troppo spesso densa di ostacoli, economici, tecnici e burocratici. Questo si traduce, genericamente, in curriculum dalle maggiori qualifiche professionali. Non solo. Ho riscontrato notevoli differenze tra progettisti italiani ed esteri nelle modalità di supporto da parte degli organi istituzionali di appartenenza, fattore che gioca indubbiamente un ruolo fondamentale e strategico. In un periodo storico come quello attuale, auspico che l’Italia recuperi il passo, adeguandosi al contesto internazionale. 
La Nuova Sede del Parlamento Iracheno, a Baghdad, è un concorso internazionale attualmente in fase di aggiudicazione, cui abbiamo recentemente preso parte affiancando nomi prestigiosi quali Aeroports de Paris (Francia); Zaha Hadid (Iraq); Gmp-architekten (Germania); Capital (Inghilterra); ecc. Pensare oggi alla Nuova Sede del Parlamento Iracheno è senza dubbio un’operazione complessa, che deve necessariamente risultare portavoce di una serie di contenuti e simboli in grado di trasmettere al tempo stesso il senso di appartenenza e l’identità della nuova Repubblica. Il bando di concorso è stato ritenuto particolarmente interessante in quanto più che puntare sulle qualità estetiche (forma, volumi, materiali, colori, ecc.) e tecniche dell’edificio in sé, richiedeva un “simbolo” in cui far convergere elementi oggettivamente ed univocamente riconoscibili nell’immaginario comune, soprattutto nazionale. 
Il Complesso multifunzionale “Shenhua Group’s Headquarter, nell’isola di Hengqio, è un concorso internazionale cui hanno partecipato, dopo un’ampia selezione, oltre allo Studio Valle, nomi illustri quali Gmp-architekten, Beijing Design Institute, Shenzheng Design Institute. L’area di intervento, di 60,499.03 m2, è ubicata nel settore est dell’isola, direttamente prospiciente l’estuario del fiume Zhujiang, nel Mar della Cina, all’interno di un masterplan complessivo molto più ampio, redatto da Ove Arup. Il nuovo Central Business District (CBD) mira ad un livello di internazionalizzazione pari a quella degli esistenti di Hong Kong, Macau, Shenzheng. Il progetto per il complesso multifunzionale “Shenhua Group’s Headquarter” prevede la realizzazione di uffici direzionali, un distretto finanziario, sale conferenze, un complesso ricettivo, attrezzature per il tempo libero, spazi commerciali, per una superficie utile complessiva di 241,996.12 m2. La particolarità dell’ubicazione richiede una stretta connessione visiva e funzionale con gli ambiti limitrofi che, nella fattispecie, ha portato all’utilizzo di un sistema di facciata in vetro dalla configurazione a “squame”. Una doppia pelle così concepita per consentire agli utenti dei singoli spazi interni di modificarne liberamente il microclima e, al tempo stesso, per riverberare in maniera complessa il contesto locale ed il mare.  
Il progetto per il Macalline Red Star a Pechino sorge su un’area di intervento di circa 41.000 m2, con superficie lorda complessiva di circa 210.000mq. L’intervento è il prodotto di un intimo ed astratto connubio tra i sistemi ad alta tecnologia e la reinterpretazione degli archetipi locali. Il concept progettuale sintetizza la valenza metaforica del ciclo e della continuità della vita in una sorta di “microcosmo” evocante alcuni elementi appartenenti alla tradizione popolare cinese. La superficie liquida costituisce un piano astratto sul quale si liberano i percorsi pedonali, fluttuanti in una sorta di paesaggio artificiale definito da morbide superfici vitree e da improvvise cavità luminose. Il fronte è disegnato dall’evanescenza dell’attacco a terra, una superficie vetrata che determina la continuità visiva tra esterni ed interni: una grande “bolla” di vetro, dinamicamente deformata, convergente nell’elemento ovoidale, punto di accumulazione della composizione, simbolo della continuità della vita e della famiglia, destinato ad ospitare il museo del mobile. Il fronte dell’edificio è costituito da una facciata - vetrina, una doppia pelle attraversata da elevatori dal tragitto trasversale, che, con un rapido excursus dello spazio espositivo, consentono all’utente di ricostruire un itinerario che, attraverso la storia del mobile, rappresenti l’evoluzione del tema della casa e dell’abitare dalla preistoria, al mondo moderno, al futuro. Gli interni sono modellati dalla prevalenza di “vuoti” e cavità improvvise, che consentono la diffusione della luce zenitale e l’introspezione spaziale tra i diversi livelli.  

Modulo: Quali sono i lavori in corso di realizzazione e come sono stati acquisiti? 
Tommaso Valle: Attualmente, lo Studio Valle sta seguendo la realizzazione della Sede del Consiglio della Regione Puglia, a Bari e della Sede del Consiglio Europeo, a Bruxelles. Entrambi questi progetti sono il risultato della partecipazione a due concorsi, banditi, nel primo caso, nel 2003; nel secondo, nel 2005. Sono quindi esempi tangibili dell’evoluzione dell’iter del concorso di progettazione e delle differenze tra il contesto locale ed europeo, in termini di organizzativi e temporali. 
La Sede del Consiglio della Regione Puglia è un intervento ubicato in prossimità del mare, disegnato da due ali curvilinee asimmetriche, di tre e sei piani, che circoscrivono una corte, uno spazio interno privilegiato, aperto verso i poli opposti e caratterizzanti del territorio. La particolare conformazione curvilinea è finalizzata alla minimizzazione dell’impatto: il raggio di curvatura delle due ali non consente infatti di cogliere le volumetrie nella loro interezza ma di renderle sempre, parzialmente sfuggenti, minimizzandone la percezione. La corte, suddivisa in uno spazio interno coperto, ed uno spazio esterno, avvolgente ed aperto, simboleggia la relazione di “trasparenza” tra pubblica amministrazione e cittadinanza. L’intervento, conformemente alle prescrizioni del bando, coniuga l’accostamento di rivestimenti tradizionali in pietra locale di Trani, Lecce ed Apricena con l’utilizzo di nuovi materiali e tecnologie come l’acciaio, il vetro ed il texlon (TFE).  
La Sede del Consiglio Europeo è un progetto elaborato con Philippe Samyn & Partners e Buro Happold per la ristrutturazione, il restauro e l’ampliamento del complesso immobiliare Résidence Palace, a Bruxelles. Il progetto si pone a completamento del manufatto esistente con corpo di fabbrica a L, richiudendolo con una L contrapposta realizzata con una doppia facciata trasparente in cui vengono inseriti infissi di recupero provenienti da edifici storici degli stati costituenti l’Unione Europea: forte caratterizzazione simbolica e chiara affermazione dello spirito con cui si propone di agire il Consiglio Europeo, che vuole far confluire nei valori comuni la diversità di molteplici culture. Le ali dell’edificio esistente si collegano internamente ad un nuovo volume contenente le sale riunioni, un elemento che rappresenta, sia dal punto di vista funzionale sia da quello simbolico, il cuore dell’organismo. Si tratta di un volume vetrato a forma di anfora, dal profilo morbido ed avvolgente: un oggetto prezioso all’interno della sua teca che trasforma lo spazio in dinamico, mutevole e complesso ed il cui contenuto si svela progressivamente con l’avvicinarsi delle ore notturne. 

Modulo: Vorrei concludere quest’excursus attraverso la ricerca architettonica, i recenti concorsi di progettazione e le opere in corso di realizzazione con quanto recentemente ultimato o in fase di ultimazione 
Tommaso Valle: Tra gli interventi recentemente ultimati o in fase di ultimazione vorrei ricordare la Sede Efsa, a Parma e l’Ospedale di San Marco in Librino, a Catania, emblematici di come gli indirizzi progettuali dello Studio si stiano volgendo sempre più ai temi della sostenibilità e del risparmio energetico. 
Nella Sede Efsa (Studio Valle In associazione con: Art&Build Architects, Pool Engineering, Art Ambiente Risorse e Territorio, e TiFS Ingegneria Strutture: Pool Engineering Impianti: Tifs Consulenti: Arch. Piero De Vita), risultato di una gara europea, si è fatto largo impiego delle tecnologie più recenti nel campo del risparmio energetico.  
L’idea progettuale traduce l’intenzione di creare una struttura ben visibile, pura, e in un certo senso volutamente indipendente rispetto al suo contesto data la valenza internazionale dell’autorità istituzionale rappresentata. La soluzione architettonica adottata individua le principali attività lavorative in due volumi giustapposti con estensione verticale per le attività connesse alla ricerca e produzione di documenti, e orizzontale per le attività connesse allo scambio di informazioni. La torre uffici, a pianta triangolare, di 40 metri circa di altezza, ospita le diverse direzioni scientifiche. L’involucro esterno presenta un rivestimento in pannelli di alluminio di colore bianco, mentre i fronti est ed ovest sono caratterizzati da sistemi frangisole verticali realizzati con lastre orientabili in lamiera microforata. Sono state previsti, tra l’altro per il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale, sonde geotermiche verticali, realizzate mediante la perforazione di pozzi fino alla profondità di 100m, e un impianto fotovoltaico con potenza di picco di 30kW. 
L’Ospedale di San Marco in Librino (Studio Valle In associazione con: Art&Build Architects, Pool Engineering, Art Ambiente Risorse e Territorio, e TiFS Ingegneria Strutture: Pool Engineering Impianti: Tifs Consulenti: Arch. Piero De Vita), in fase di ultimazione, è risultato dell’aggiudicazione di un appalto concorso bandito nel 2006. Il layout architettonico - funzionale è dato dall’aggregazione di corpi di fabbrica regolari e con ampie maglie strutturali, dotati di alta tecnologia, ma concepiti come “contenitori flessibili” in grado di fronteggiare i cambiamenti funzionali e tecnologici futuri, grazie alla possibilità di adattabilità e riconvertibilità degli spazi. La struttura è stata progettata secondo criteri di architettura bioclimatica, con il risparmio energetico affidato anche all’impostazione stessa dell’organismo edilizio con particolare attenzione alle schermature solari. I corpi di fabbrica presentano un orientamento lungo l’asse eliotermico, con prevalente sviluppo delle facciate a sud e a nord al fine di ottenere, in inverno, il maggior apporto termico, in estate, la minor radiazione solare. Fondamentale è stato lo studio dello sfruttamento del flusso dei venti dominanti per il raffrescamento estivo delle facciate, che, d’estate risulta prevalente secondo l’asse est-ovest. L’immagine architettonica dell’involucro è la risultante della mediazione tra “tradizione e innovazione”: la facciata continua presenta, nei tre livelli più bassi, un rivestimento materico, a ricordo delle pietre dell’Etna; nei tre piani destinati alle degenze, un rivestimento in vetro che con le sue iridescenze evoca i riflessi del mare fronteggiante Catania.  


Pubblicato su Modulo 383, aprile/maggio 2013
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Categorie: Architettura