Pubblicato il 30 luglio 2013

Studio Marzorati Architettura: conversazione con Giancarlo Marzorati

L’arte della trasformazione e un’architettura che “emoziona”. Teatri, hotel, case e uffici, quarant’anni di…mutevoli progetti.
Modulo: Nel suo percorso professionale è significativa la grandissima varietà di settori di intervento: citiamo uno dei primi multisala, auditorium, centri congressi, residenziale, di recente alberghiero e una delle più grandi Spa ed altro ancora. Questa sorta di "non specializzazione", poco usuale nel mondo professionale, che anzi tende invece all'opposto, come viene affrontata nel suo lavoro? Conseguenza diretta è il fatto di non avere un "house style", un segno riconoscibile, come molti hanno.... 
Giancarlo Marzorati: La “non specializzazione” nel mio lavoro deriva dal rifiuto di ogni sorta di categorizzazione e cerco, nel progettare Architettura, di non seguire rigorosamente un indirizzo o un metodo singolo. 
Il punto di partenza di ogni progetto è il contesto e la storia delle sue caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio, di abitudini che lo caratterizzano, il “genius loci” quindi di un luogo, un ambiente, una città. Questo “carattere” inevitabilmente determina l’impronta progettuale del costruito che deve avere la capacità di dialogare con quel contesto culturale e fisico. La mia esperienza professionale comincia in un’impresa di costruzioni e quando ho intrapreso la libera professione ho collaborato anche con altri studi di Milano, operando nel territorio dell’hinterland milanese, ma anche in Italia e all’estero, ma in particolare a Sesto San Giovanni dove il forte processo di riconversione delle grandi aree industriali ha portato ad una città di sviluppo terziario avanzato. In questa realtà ho progettato hotel: NH, B4, Barone di Sassj; grandi complessi per uffici sedi di importanti società quali Impregilo, Oracle, Novell, ABB, Alitalia, Inail, Campari, Alpiq. 
In questi progetti così come quelli di diversa natura quali centri commerciali, complessi residenziali, ecohousing , cinema multisala e auditorium, centri benessere e parchi termali ho posto particolare attenzione certamente allo studio delle forme e alla loro massima funzionalità ma progettandole nel contesto urbano e con l’attenzione agli aspetti ambientali e storici connessi. 
Tutti i miei progetti hanno per questo motivo la caratteristica di non appartenere ad un cliché che è poi il rischio che si corre spesso progettando ovvero di essere troppo “riconoscibili “ e di rimanere incasellati in una caratterizzazione talmente forte da non riuscire più a distaccarsene, senza poi contribuire ad inviare nuovi messaggi col proprio linguaggio stilistico e senza instaurare una dialettica con l’ambiente circostante. L’architettura deve suscitare emozione e non può prescindere dalla comunicazione. Se l’aspetto emozionale nel progettare è molto importante, è necessario non solo trasferire le nostre idee progettuali nel modo più oggettivo possibile per garantire una corretta interpretazione da parte del destinatario ma vedere anche l’Architettura non come la conseguenza di una visione statica della realtà che la circonda bensì la naturale espressione del saper comprendere il processo di trasformazione dal vecchio al nuovo ambiente dal suo interno, appunto dal suo particolare e proprio “ carattere”. 

Modulo: In questa ampiezza tematica, quale progetto ha richiesto il maggior impegno in senso tecnologico, come uso di materiali, aspetti costruttivi? 
Giancarlo Marzorati: Sì, nell’affrontare molteplici tematiche mi sono confrontato inevitabilmente con numerose forme costruttive, tecnologie e materiali differenti. Cito due progetti tra i tanti che ritengo più significativi per soluzioni costruttive. La Torre Sospesa a Sesto San Giovanni realizzata alla fine degli anni 80 che si presenta sostanzialmente come un cubo, un elemento semplice dal punto di vista morfologico, tutto in vetro con strutture metalliche, costituito da impalcati orizzontali realizzati in acciaio anch’essi piuttosto semplici ma che hanno la caratteristica di essere sospesi e trattenuti da funi dalla sommità dove è realizzata la struttura principale. Impalcati che, quindi, non hanno un appoggio su pilastri come solitamente avviene, ma che sono appesi e sono sorretti dall’alto. Sulla sommità è posizionata una travatura reticolare in semplice appoggio. Dalla pianta si comprende come la parte centrale sia costituita dai collegamenti verticali (scale e ascensori) e il perimetro sia invece realizzato con quattro fronti assolutamente uguali fra di loro, orientati in modo diverso anche per sfruttare in modo ottimale il soleggiamento e avere un’illuminazione il più possibile diffusa, tutti i fronti sono facciate principali uguali fra loro. Si tratta di un vero e proprio “matrimonio” fra cemento armato, acciaio e funi, con cui è stato realizzato tutto il resto dell’edificio, comprese queste testate, che raccolgono quelle che chiamiamo “racchette”, nelle quali convergono in sommità le funi che viaggiano da cima a fondo. 
Molto più recente (2010), l’intervento Campari è un altro progetto molto significativo sia perché realizzato nell’area dello stabilimento storico della Campari di Sesto San Giovanni (trasferitosi ormai a Novi Ligure) sia perché nato in collaborazione con l’Arch. Mario Botta. Il nuovo intervento della sede è costituito dalla facciata dell’edificio storico del 1903, emblema dell’azienda mantenuta e integrata nella nuova realizzazione, caratterizzata da un volume a ponte che scavalca e contiene questa “reliquia” della Campari primordiale, quasi una traccia antropologica di questa costruzione. 
La morfologia dei fabbricati e le facciate, le abbiamo volute realizzare con laterizio e cotto, un materiale certamente non avulso da Sesto San Giovanni: basta vedere la Falck, che aveva proprie fornaci proprio in Sesto perché il terreno argilloso consentiva di fabbricare i mattoni, che per i forni Martin-Siemens erano fondamentali; quindi la presenza del laterizio ha queste ragioni importanti e sicuramente radicate nella nostra storia e nella nostra realtà. La facciata fatta di queste tavelle, orientate in modo diverso da fronte a fronte per consentire la penetrazione della luce all’interno degli uffici, conferisce al tempo stesso una sorta di vibrazione ai fronti anche dal punto di vista architettonico, coprendoli in modo discreto le due fasce di ogni piano hanno orientamento opposto per catturare i raggi solari alternativamente a favore del comfort interno degli uffici. Anche il ponte, quasi, finisce per diventare un elemento che, benché prepotente, rispetta comunque la facciata storica del 1903. Tale struttura a ponte rappresenta un cavalletto sull’edificio storico che si è potuto realizzare grazie a due travi in acciaio reticolare parallele di tipo iperstatico della lunghezza di m 50 e altezza m 9 (due piani) che ha permesso di realizzare un corpo di fabbrica con tale luce senza appoggi intermedi. 

Modulo: La collaborazione con Mario Botta, grande presenza nello star system, come è nata e come si è sviluppata nel progetto Campari a Sesto: quali le aree di confronto comune, le rispettive responsabilità? Poi gli aspetti umani e personali hanno gran conto...  
Giancarlo Marzorati: Il progetto della Campari come già detto è stato realizzato in collaborazione con l’arch. Mario Botta. I rapporti tra il sottoscritto e la soc. Campari già esistevano prima di allora così come fra me e Botta. Credo anch’io, che oltre ad un professionista “locale”, per quanto conosciuto, la committenza sentiva l’esigenza di rafforzare il prestigio di tale intervento abbinando un indiscusso nome dello star system come Mario Botta con il quale il rapporto professionale è stato assolutamente all’insegna della convergenza degli obiettivi e delle vedute e punti di vista di tipo progettuale. 
Abbiamo condiviso gli aspetti urbanistici e architettonici con ruoli complementari in uno spirito collaborativo ed emotivo con l’obiettivo comune del risultato. Certamente l’aspetto formale e di maggior presenza durante la realizzazione è stato ovviamente nostro per motivi logistici. Con l’arch. Botta è anche intrapresa un’ulteriore collaborazione su un successivo progetto per ora in stand by. 

Modulo: Prima del progetto, un pensiero e una trasformazione potrebbe essere il suo leitmotiv. Quale il pensiero a monte della Casa Pluralista, non ancora realizzata?  
Giancarlo Marzorati: Nella nostra epoca il concetto di abitazione si è spesso ridotto ad una mera ripetizione della “cellula” abitativa in senso seriale al fine di creare accorpamenti che all’esterno non hanno alcuna identità. La personalizzazione avviene all’interno dell’abitazione ma questo aspetto non fa certamente “architettura” restando confinato alla sfera privata e non partecipante alla trasformazione del contesto urbano. 
Le nostre città, al di fuori dei centri storici, sono per lo più composte da condomìni, grosse realtà volumetriche dove è difficile distinguersi e dove è difficoltoso attribuire un carattere specifico, un’identità a quelle parti di città. Piattamente e inesorabilmente molti quartieri si susseguono l’uno all’altro confondendo chi li percorre. 
Il prevedibile e ripetitivo schema produzione-consumo con cui l’architettura viene ridotta a puro strumento di consumo commerciale ha creato un periodo di recessione culturale dove l’architettura non è più in quanto tale rappresentazione, ovvero che dà forma a un’idea di spazio abitabile. Il risultato di questo stato delle cose è lampante: al proliferare di costruzioni in nome del consumo e commerciabilità s’intervallano puntiformi e appariscenti “landmark” firmati e privi di qualsiasi discorso sulla città che diventano solo spunto di dibattiti e chiacchiere puramente culturali. 
L’architettura è in quanto tale rappresentazione: essa dà forma a un’idea di spazio abitabile, ed è pertanto la rappresentazione di un’idea che possiamo definire “politica” della città. Il progetto è un prodotto storicamente determinato che dialetticamente condiziona a sua volta il contesto in cui opera. In quanto congettura, germe di un’idea di città, il progetto si differenzia dal mero edificio in quanto non è solo parte della città, ma si pone, nei suoi confronti, come esempio. Pensiamo ad architetture come la cupola di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi a Firenze, il Belvedere di Bramante a Roma, l’Altes Museum di Schinkel a Berlino, l’Unité d’Habitation di Le Corbusier, la No-Stop City di Archizoom che alla città offrono soprattutto il loro carattere esemplare e non serialmente ripetibile. Al di là di tante discussioni e dibattiti sull’architettura credo che ognuno di noi abbia le idee chiare su cosa vorrebbe per la propria abitazione ma soprattutto quello che non desidererebbe ovvero sostanzialmente perdere la propria identità come individuo. 
Ma percorriamo brevemente la storia dell’abitazione per comprendere meglio la realtà odierna: da quella della città greca ad esempio, dove manca il palazzo tipico di governi dispotici e monarchici e le case dei poveri e dei ricchi sorgono lungo le viuzze fianco a fianco distinguendosi solo per dimensioni e per gli ambienti interni e l’arredamento, a quella della civiltà romana dove inizia a diversificarsi in domus ed insula (quest’ultima riservata alla massa della media e piccola borghesia e del proletariato). Con questa abitazione cominciano a delinearsi la tipologia del grande edificio a tre o quattro piani divisi in appartamenti dati in affitto e che contiene 200 abitanti circa e, a causa del fenomeno dell’urbanesimo sempre crescente, la necessità di sfruttare lo spazio e la speculazione edilizia (già allora!) da parte degli imprenditori che con bassa qualità costruttiva e con suddivisioni in alloggi sottodimensionati lucravano su inquilini ancor più poveri. L’amore per l’agricoltura e la ricchezza che da essa deriva crea poi anche la tipologia a Villa che è luogo di riposo e di svago ma anche centro di un’azienda agricola: pensiamo ad esempio in età repubblicana alle numerose ville intorno a Tivoli, Alba, Anzio che le famiglie patrizie si costruiscono a seguito delle guerre vittoriose e degli accresciuti loro possedimenti terrieri. Passando sinteticamente attraverso il Medioevo dove le esigenze di difesa portano alla villa fortificata e quindi al castello, non certo però per la classe dei contadini che nella società feudale vivono in capanne di legno e paglia, si arriva al palazzo, pubblico o privato che sia (di proprietà di famiglie importanti) ma nel rinascimento il tipo prevalente di abitazione per la piccola borghesia e il popolo è la casa unifamiliare a schiera. Nel 500 l’aumento della popolazione nelle grandi città, la graduale trasformazione delle zone verdi in aree fabbricabili fa nascere il problema degli alloggi. Facendo un rapido percorso in avanti, sarà la nuova classe emergente della borghesia legata alla nuova civiltà industriale ad abitare dimore rappresentative del nuovo stato sociale (villette) e al contempo grandi masse di uomini si sposteranno verso le metropoli, uomini impiegati nella grande industria ,legata alla nuova economia e al nuovo capitalismo , che di fronte alla carenza di sufficiente terreno urbano porterà a concetti di abitazione quali la “città radiosa” di Le Corbusier che pur nel nobile intento di verticalizzare gli edifici ai fini di creare più spazio al piede degli stessi da destinare a spazi attrezzati e verde, porterà purtroppo successivamente al dominio del parallelepipedo verticalista dove si ammassano gli abitanti negli edifici certamente per poter avere spazio libero altrove, ma con alloggi-cubicolo che si mettono uno sull’altro. 
Ma quanto sono ben accette le unità di abitazione da coloro che ne sono diventati gli abitanti? Sino a che architetti e urbanisti concepiranno la casa come una macchina abitativa ed invece della città radiosa abbiamo cumuli di costruzioni casuali che ammassano gli uomini , e sino a che non si ha la piena consapevolezza che la gente preferisce non sostare o non passare nei luoghi previsti da loro progettati per la “socializzazione”, spazi attrezzati con sculture ambientali, arredo urbano e marchingegni “artistici” che sono per lo più squallidamente deserti , questi tentativi di escogitare nuove macchine d’abitazione , panorami urbani e spazi di socializzazione rafforzeranno il fallimento dell’architettura. 
Esistono comunque esempi, episodi che prima venivano citati come progetti che si differenziano dal mero edificio in quanto non sono solo parte della città, ma si pongono, nei suoi confronti, come esempi e si citavano per questo esempi di architettura che alla città offrono soprattutto il loro carattere esemplare e non serialmente ripetibile. Gli esempi che caratterizzano l’architettura contemporanea hanno come caratteristica preponderante la diversità di stili, linguaggi , orientamenti. 
La scena attuale è contraddittoria, ricca, sconvolgente. Alcuni critici affermano che le attuali tendenze possono essere raccolte sotto la comune denominazione di pluralismo moderno. I linguaggi si mescolano e la nuova architettura da un lato sembra cercare una totale autonomia partendo da comuni premesse, per esprimere volutamente un contrasto, mentre dall’altro sembra raccogliere personalità diverse in un’unica logica con lo sguardo rivolto anche alla tradizione e con l’arduo compito di creare il dialogo con il contesto urbano, dai vuoti urbani come le periferie abbandonate, ai tessuti ormai consolidati quali la città storica pluristratificata. Inoltre, nell'era dell'immagine anche l'opera architettonica deve adeguarsi alla competizione visiva e cioè deve essere capace di attrarre. Compito assai arduo ma in taluni esempi riuscito senza perdere di vista la funzionalità essenziale di quell’ architettura. 
Questa lunga premessa per spiegare che a monte del progetto della Casa Pluralista, non c’è vezzo architettonico: l’idea è anche quella di offrire spunto non solo alla personalizzazione con le necessarie attenzioni agli aspetti gestionali di risparmio energetico, di esposizione opportuna degli ambienti rispetto l’asse termico, di sfruttamento con la geotermia di fonti energetiche rinnovabili, ma altresì alla proponibilità di un concetto nuovo di utilizzo interno. 
Al taglio tradizionale dell’alloggio si sostituisce uno spazio abitativo che può adattarsi maggiormente anche a chi vive perlopiù fuori e vive la propria abitazione nel solo tempo disponibile quotidiano e comunque vi svolge attività anche legate a tutto ciò che è tecnologia e che richiede spazi di natura più flessibile e meno legati ad uno schema rigido quali quelli tradizionali con gli ambienti delimitati. Un ambiente domestico, opportunamente progettato e tecnologicamente attrezzato, il quale mette a disposizione dell'utente impianti che vanno oltre il "tradizionale", dove apparecchiature e sistemi sono in grado di svolgere funzioni autonome o programmate dall'utente . 
La fattibilità è subordinata alla realizzazione di una struttura “generica” di sostegno degli impalcati e di collegamenti verticali e di libertà totale al piano dove ciascuno realizza la propria casa in tutta libertà. Con la “casa pluralista” si vuole attribuire quella che forse è la caratteristica più importante dell’architettura che spesso è carente di tale aspetto: il senso di “appartenenza” della gente ad una struttura urbana che diventa così “ piacevolmente abitabile”. 

Modulo: In qualunque attività c'è sempre un qualcosa che non va nel senso sperato, se poi parliamo di architettura sono molte le cause che possono portare un progetto verso esiti imprevisti e non graditi, aspetti economici, rapporti con Enti pubblici, con la committenza o i consulenti e molto ancora; se le chiedessimo di guardare anche a qualche "intoppo"? 
Giancarlo Marzorati: Su questa domanda faccio una considerazione di tipo generale: spesso accade che si debba “limare” un progetto per una questione di costi eccessivi o che un progetto non vada a buon fine o almeno non nei tempi previsti anche per la divergenza di interessi e punti di vista che a volte accade tra la committenza e le amministrazioni comunali. Il professionista fa da mediatore tra le due figure perché deve redigere un progetto di un’opera in modo conforme oltre a quanto concordato con il cliente anche alle regole tecniche e alle norme giuridiche. 
Per buona parte degli studenti di architettura dei primi anni ancora l’architetto si erge come una figura isolata, eroica, libera da vincoli e destinata a concretizzare la propria anima immortale in opere di durata eterna. Naturalmente non è proprio così e prima o poi anche il giovane architetto si rende conto che il progettista deve dare sì forma ai bisogni del Committente e che la materializzazione dell’opera deve avvenire in modo competente, senza spreco economico, con risultati espressivi significanti e quindi rappresentativi di chi l’opera l’ha voluta ma assurgere anche al ruolo di interlocutore fiduciario del committente al quale fornisce servizi di consulenza. Soprattutto per opere di grande dimensione e complessità in cui il committente è una società o organizzazione a sua volta complessa che ha l’esigenza economica di recuperare rapidamente i capitali impegnati non sempre la tempistica delle sue priorità economiche coincide con la tempistica delle Amministrazioni comunali nel prendere decisioni e pronunciarsi in merito con la conseguenza che non si arriva ad una soluzione e non si va spesso oltre al progetto di massima . Spesso concordo con Ernesto Nathan Rogers che “Il Committente è colui senza il quale non si può fare architettura e con il quale nemmeno”. 


Pubblicato su Modulo 384, giugno/luglio 2014
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Categorie: Architettura