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19 dicembre 2016

L’architettura come intervento umanitario nel mondo: il pensiero di Raul Pantaleo, “cooperante di progetto”

TAMassociati è un’associazione professionale che unisce professionisti attivi nei campi dell’architettura, dell’urbanistica, della progettazione del paesaggio, della conduzione di processi partecipativi e didattici, della grafica e della comunicazione sociale.
Lo studio, che lavora principalmente per istituzioni pubbliche, associazioni e organizzazioni no profit, si attiene ai principi di una progettazione etica e responsabile e svolge, con il proprio lavoro, un’azione in favore dei diritti umani e di uno sviluppo sostenibile. 
In ogni progetto, TAMassociati promuove tecnologie sostenibili, processi partecipativi, uso di tecniche costruttive, lavorazioni e materiali locali. 
Nato come gruppo di ricerca architettonico alla fine degli anni Ottanta, opera dal 1989 in forma di studio associato (Massimo Lepore, Raul Pantaleo, Simone Sfriso) a Venezia, sede principale, e negli uffici di Bologna, Trieste e Parigi. 

Modulo: Se il processo legato all’uso della tecnologia diffusa è in corso per gli aspetti operativi (engineering, cantiere, gestione logistica…) in che misura può modificare il pensiero e le finalità progettuali? 
Raul Pantaleo: Negli ultimi tre, quattro anni, soprattutto lavorando in contesti estremi, in paesi del sud del mondo, la tecnologica, intesa come capacità e possibilità di connettersi, è diventata fondamentale: consente di lavorare a distanza, di delocalizzare la “produzione del Pensiero”, di avere aggiornamenti quotidiani, di essere (in termini progettuali) in più contesti contemporaneamente. 
E se la delocalizzazione impone di perdere, almeno in parte la “fisicità del fare”, i vantaggi pesano sicuramente in modo significativo, la presenza in cantiere del progettista non è più indispensabile come un tempo, la fotografia digitale e le webcam consentono un controllo totale anche a fronte di investimenti ridotti e per cantieri di dimensione contenuta. Cito come esempio due lavori che stiamo seguendo, una casa comunitaria in un villaggio in Senegal e un piccolo ospedale nella valle del Panjshir in Afganistan, nei quali operiamo a distanza (con presenze fisiche estemporanee), utilizzando la connessione internet. Si tratta di realizzazioni a bassissimo budget. In particolare, in Senegal si tratta di una situazione quasi paradossale, nel villaggio non c’è elettricità, esiste un’unica cellula fotovoltaica con la quale si ricarica un cellulare attraverso il quale dialoghiamo. Più che una dinamica “internazionale”, si potrebbe definire una modalità di Progetto contemporaneo.  
Il tema della connessione ha profondamente mutato le dinamiche di intervento nei paesi stranieri perché potenzia il Progetto che diventa concretamente e virtualmente senza confini. 

Modulo: L’esperienza nel mondo della cooperazione ha delle peculiarità specifiche. Quanto questo può contribuire, in senso generale, alla competitività delle società di progettazione sui marcati internazionali? 
Raul Pantaleo: I professionisti italiani soffrono di una formazione non protocollare: anche nell’ambito della cooperazione i colleghi americani, ad esempio, adottano un modo di lavorare standardizzato. Noi italiani siamo più “artigianali” per quanto riguarda il Progetto, ma in realtà questa sii rivela un vantaggio nell’approccio del lavoro nei paesi del sud del mondo, in cui operano tipicamente i cooperanti, per la capacità di adattarsi ai diversi sistemi. Nell’ambito della cooperazione l’approccio italiano è sicuramente vincente e quello che in altri contesti può essere visto come un limite, in questo caso è un valore aggiunto di adattabilità e agilità progettuale. 
Emergency, con cui lavoriamo da anni, è stata la prima organizzazione umanitaria ad affrontare il tema dell’architettura come intervento umanitario nei paesi del sud del mondo. Il progetto di architettura è stato incluso nel processo di cooperazione e l’Italia ha dato un contributo in tal senso trasferendo, tra i tanti elementi, quello che gli è peculiare e che possiamo definire la “cultura del bello”. Purtroppo, l’Italia non è in grado, non vuole costruire un sistema di aggregazione e questo è sicuramente un grande limite. Molti architetti italiani che hanno proposto opere eccellenti nell’ambito della cooperazione vincendo premi e riconoscimenti internazionali raramente sono stati inclusi nel Sistema Paese perché, a livello centrale, non c’è la capacità di interpretare queste esperienze come risorse progettuali e creative, ma anche economiche (nella creazione di una filiera che attinga alla produzione italiana). I terminali periferici, le ambasciate per prime, non riescono a creare, se non occasionalmente, condizioni di contesto favorevoli. Si tratta di un limite grave per l’espansione dell’architettura italiana negli altri paesi. 
Per esempio, la cooperazione tedesca è efficiente quanto quella italiana ma evidenzia una finalità sistemica precisa che è quella di contribuire a far muovere il sistema Germania. In Italia, le unità di pensiero (progettisti e aziende di produzione) si muovono da sole. 

Modulo: Sostenibilità, fonti rinnovabili, contenimento dei consumi energetici… 
Paul Pantaleo: La sostenibilità è un tema che non può essere appannaggio solo di chi se lo può permettere: al primo posto in qualsiasi progetto devono essere messi la salubrità e il comfort ambientale. Vorrei sottolineare un concetto importante: esiste un unico modo di agire in termini progettuali anche in un clima di risorse limitato: temi come quelli dell’acqua e dell’energia sono una conditio sine qua e in questo senso non esiste e non deve esistere una differenza tra edifici in Italia o in Sudan o in qualsiasi altra parte del mondo. 
Evidentemente ci sono differenze oggettive, ma non di approccio e l’utente deve essere sempre al centro dell’Architettura. Il tema dell’Architettura etica non è eludibile, non esiste “un qui e un là” e la connessione, per riprendere il tema d’apertura, è una componente di legatura e di supporto, nel rispetto delle differenze culturali e religiose. 
Non ha senso parlare di un altrove, l’Africa non è “altrove” più di quanto lo sia l’Italia e di conseguenza non ha senso parlare di una progettazione indirizzata ad aree diverse del mondo. Ha senso parlare di principi etici dell’Architettura. Cominciano a emergere dei segnali di attenzione diffusi, generati dalla crisi economiche che ha investito l’area occidentale e si accolgono ora gli allarmi che ricorrono ormai da quarant’anni. oggi, forse, si sta cominciando a capire che la sostenibilità deve essere nel DNA del Fare Progetto. 

Pubblicato su Modulo 398
Vai alla scheda dello studio di progettazione: TAMASSOCIATI