Pubblicato il 19 dicembre 2016

Internazionale per vocazione: il pensiero di Dante O. Benini, “migrante” dell’architettura

Il posizionamento e la riconoscibilità dello studio a livello internazionale determina una situazione favorevole nelle gare. Anche se la competizione con gli inglesi e gli americani è durissima.
Modulo: Esordio e buona parte della sua carriera professionale all’estero: la storia atipica di un architetto italiano. 
Dante O. Benini: La mia formazione è profondamente italiana, ho avuto un grande Maestro e mentore in Carlo Scarpa che ha plasmato il mio approccio all’architettura ancora in età adolescenziale. Con Oscar Niemeyer, in Brasile, ha avuto inizio il mio percorso professionale. Ho trascorso nove anni insieme a lui come “migrante dell’architettura”. Ho lavorato con Gehry, in California, ho insegnato in Austria, ho collaborato con Richard Meier. Il primo studio l’ho aperto a San Paolo in Brasile, poi a Londra, poi a Milano. Sono uno tra i 24.000 architetti iscritto al Royal Institute of British Architects. Non è un vanto, è semplicemente un’informazione utile per trasferire la misura internazionale della mia esperienza. 

Modulo: Un’esperienza così particolare come ha influito sulla sua filosofia progettuale? Lei è architetto internazionale? 
Dante O. Benini: Mi piace pensare di essere un architetto che lavora nel mondo, non solo per i riferimenti geografici dei miei progetti in Europa, in Cina, in Turchia e certo anche in Italia, ma soprattutto per il mio pensiero progettuale che Bruno Zevi definì come “una pulsione internazionale che consolida l’affermazione con l’architettura organica”. La mia riflessione di fondo è legata al concetto di “benessere: si vive dove si sta bene e l’architettura degli edifici e dei luoghi contribuisce a determinare la percezione di benessere”. 
Mi colloco in una posizione dichiaratamente conflittuale con l’architettura post-modernista e conservo la mia vocazione internazionale, così come l’ho definita, in tutto il mondo, fatta eccezione per il Medio Oriente perché per lavorare in quell’ambito è necessario un prerequisito di natura manageriale/imprenditoriale che non possiedo e neppure condivido come parte del processo dell’architettura. 
Questa mia prospettiva non è preclusiva di una visione contemporanea del progetto: credo di poter affermare a pieno titolo di aver importato in Italia il grande tema della multidisciplinarietà, un’esigenza che è emersa in modo prepotente con l’aumento della complessità del pensiero, complici le tecnologie innovative e fortemente performanti, ma che si faceva fatica a riconoscere, non ultimo anche la per concezione gerarchica, a livelli subordinati delle componenti del progetto di architettura. 

Modulo: Quanto la Committenza internazionale modifica gli assunti progettuali (se li modifica)? 
Dante O. Benini: La Committenza non cerca più, o non cerca solo, il segno ma un servizio globale: si tratta di una Committenza involuta che non mette in primo piano e non esige la qualità, una Committenza che non seleziona e conferisce appalti, prestando attenzione, al massimo sconto. Come diretta conseguenza la professione dell’architetto perde “moralità” nella necessaria adesione al tema del massimo ribasso. Questa è la trasformazione trasversale, vale per Italia ed estero. Un tempo la Committenza estera cercava il “Maestro”: ora si è diffusa una cultura e una scala di valori internazionali che si concentra sull’allineamento economico e subordina gli elementi di pensiero. 
Oggi si va all’estero presentando referenze e un buon portfolio di progetti, adeguando la propria professionalità sulle esigenze espresse dai Committenti stranieri e soprattutto facendo leva sulla propria qualità. Il posizionamento e la riconoscibilità dello studio a livello internazionale determina una situazione favorevole nelle gare: per intenderci, si fa meno fatica se, mutuando dalla Formula1, ci si colloca, alla partenza, nelle prime file, cioè se ci sia chiama Renzo Piano, Norman Foster o Jean Nouvel. 
Diversamente, è necessario un maggior impegno e la messa a punto di strategie competitive legate al tema dell’aggregazione e della proposta di una struttura organizzativa imprenditoriale. Ma è importante che, una volta che ci si sia aggiudicati la competizione, l’ego non prevarichi sul mandato, dinamica che accade ormai di frequente. 

Modulo: Cosa significa, secondo lei, l’espressione “delocalizzare il progetto”? 
Dante O. Benini: Il tema della delocalizzazione del progetto può essere assunto come un upgrade di consapevolezza legata alla realtà multietnica e l’adeguamento al contesto storico non può essere un assunto indiscutibile: quando, ad esempio, si rivitalizzano aree in stato di abbandono, l’opera di riqualificazione può assumere il “tempo del web”, perché la scelta, pur rispettosa di un assetto di rigore progettuale generale, sottende un cambiamento dell’economia, non necessariamente dell’environment. 


Pubblicato su Modulo 398
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Vai alla scheda dello studio di progettazione: DANTE O. BENINI & PARTNERS
Categorie: Architettura