Pubblicato il 30 aprile 2014

Goring & Straja Architects: conversazione con André Straja

Italiano d’adozione, espressione umana e professionale di uno straordinario melting pot, per André Straja l’esibizione lascia il passo al rigore formale, con un coraggio progettuale maturato anche da…budget ridotti.
Modulo: La vostra storia professionale, nazionalità diverse, storie diverse dei soci, la scelta dell’Italia… 
André Straja: La storia dello studio è profondamente legata a scelte familiari e personali. Ho studiato negli Stati Uniti e il mio esordio professionale è avvenuti negli States e in Francia. A Parigi ero il direttore creativo di Studios Architecture e prima avevo lavorato presso la William Turnbull Associates in California. L’anno di fondazione dello studio è il 1997, un anno dopo essermi trasferito a Milano da Parigi. 
Ad oggi lo studio possiede sedi a Milano, Roma e San Francisco e ha un team di oltre 30 persone nella sola Italia. Oltre a Jim Goring, insieme a me socio fondatore, si sono aggiunti nel tempo, come partners, Lenka Lodo, marketing manager, e Giacomo Sicuro, architetto e designer. 
La scelta di aprire uno studio in Italia è stata sicuramente coraggiosa: nel Belpaese ci sono più architetti pro capite che negli Stati Uniti e non è certo un luogo in cui ci si possa appellare alla meritocrazia. All’inizio, la ricerca di un collaboratore italiano mi portò a lavorare con una società di ingegneria che era anche impresa di costruzioni. Poi il sodalizio si sciolse e subentrarono prima Giacomo Sicuro e poi Lenka Lodo. 

Modulo: Un’architettura molto attenta alla tecnologia e alla sostenibilità, ma senza che questa venga esibita, diventi segno troppo evidente. Una certa predisposizione al “leggero” e alla trasparenza, possono essere queste le caratteristiche della produzione dello studio? 
André Straja: La premessa della risposta al quesito è che siamo tutti “vittime” delle nostre aspirazioni. L’architettura che produciamo esprime ciò che noi siamo, nel nostro caso le nostre architetture sono le riflessioni del gruppo di lavoro. Credo che il nostro gruppo produca un’architettura coraggiosa che si esprime con modalità forti nonostante o – perché no? – grazie ai budget limitati. Non si tratta di una situazione estemporanea legata alla crisi…anche nei cosiddetti “tempi buoni”, negli anni lontani dalla crisi che duramente colpito il mercato dell’edilizia, lavorando in periferia, avevamo a disposizione budget limitati. La nostra “mission” è quella di conciliare tutte le esigenze, architettoniche formali, di manutenibilità e ciclo di vita dell’edificio, di efficienza energetica, creando valore per il cliente. La sfida è sempre la stessa, realizzare qualcosa di forte, “lasciare il segno” in modo architettonicamente e ambientalmente responsabile…con pochi soldi. 

Modulo: Avendo a disposizione budget importanti, sceglieresti di adottare uno stile progettuale diverso? 
André Straja: Partiamo dalla premessa che la progettazione non dovrebbe, in alcun momento, contenere “forzature”. È inutile tracciare con 200 gesti progettuali, quello che si può fare con due soltanto. Il concept e la restituzione formale di un’idea progettuale devono seguire un percorso rigoroso, calibrato in tutti gli aspetti e per tutte le esigenze espresse dalla committenza. Un esempio, l’edificio in via della Chiusa a Milano con i frangisole in legno è un oggetto contemporaneo in armonia con gli edifici di epoche diverse che costituiscono la cortina della via. Se per stile progettuale diverso si intendesse una forzatura senza motivazione, allora no direi che questo non appartiene al nostro repertorio, non ne abbiamo mai avuto l’intenzione. 
Ad esempio, non ha senso utilizzare il frangisole su quattro lati, considerando che si tratta di un elemento funzionale a esigenze climatiche e di luce, quindi il comfort dell’edificio. le risorse economiche destinate a un vezzo formale (il frangisole sui versanti nei quali non può lavorare) possono essere meglio destinate ad arricchire e completare altre parti del progetto. L’uso di materiali non autoctoni, tipico degli anni 60/70, periodo nel quale non esisteva il concetto di sostenibilità, ha contribuito a creare una notevole disomogeneità tra gli edifici di uno stesso contesto urbano. 
Oggi i protocolli di sostenibilità ambientale suggeriscono l’uso di materiali di “origine lontana” solo quando ci sia una compensazione in termini di durabilità del manufatto o di rigenerazione del materiale stesso (ad esempio l’uso del bambù che cresce molto rapidamente e ha ottime caratteristiche). Per tornare al tema centrale della domanda, il budget è un dato fondamentale nell’equazione progettuale. Naturalmente, un budget più generoso apre a delle possibilità (tecniche, strutturale, di finiture e altro) che altrimenti non verranno proposte. 

Modulo: Lo studio ha prevalente attività nel terziario, ma non sono mancate esperienze diverse, nell’interior, come Autodesk, o in condomini urbani. Il terziario rimane comunque l’attività di maggiore interesse per lo studio? 
André Straja: La parola chiave per l’esistenza in vita e la sopravvivenza dello studio è “diversificazione”. Si tratta di un concetto che si estende ad ambiti e obiettivi diversi: diversificazione delle tipologie di attività nelle quali opera lo studio, terziario, housing sociale, ricettivo, commerciale, retail, residenziale. Un “vero” architetto dovrebbe essere in grado di affrontare, in modo competente, tutti gli ambiti della progettazione, escluse le applicazioni particolari (ad esempio centrali nucleari, siti industriale ad alta specificità, ecc.). 
L’altro ambito di diversificazione è quello territoriale. L’Italia è un luogo…pericoloso, per quanto riguarda la possibilità di fare previsioni attendibili. Per il rischio di non riuscire a esigere i pagamenti delle parcelle, per l’impossibilità di valutare il ritorno sugli investimenti. Diciamo che l’Italia…non è “terra per gli architetti”. 
È importante essere presenti su altri mercati, perché questo consente allo studio professionale di agire nell’ambito di meccanismi di compensazione economica e finanziaria. Il nostro studio opera al momento, oltre che in Italia, in Francia e negli Stati Uniti, soprattutto nel settore del retail, uffici, terziario. Ad esempio, il retail legato a grandi marchi internazionali parte da un concept design pensato da un designer che va poi adeguato alle diverse realtà e geometrie (dei centri commerciali, ma più spesso di edifici collocati nei centri storici urbani con delle peculiarità notevoli e dei vincoli di cui tener conto); molto spesso questo avviene ad opera di altri professionisti, infine spesso subentra nella fase esecutiva e di direzione lavori una terza figura, quella del local architect. 
Un’altra via di diversificazione è quella legata all’esplorazione di settori affini all’architettura intesa come arte del costruire. Se è vero che quello dell’architetto è un mestiere pericoloso, è anche vero che è polivalente e può aprire sviluppi su altri settori. Noi stiamo cercando di diversificare operando nell’ambito dell’industrial design. Abbiamo creato una società ad hoc e abbiamo già stipulato un buon numero di contratti con aziende di produzione. Gli oggetti studiati e prodotti sono riapplicabili in tutti i progetti di architettura che affrontiamo. Abbiamo in “cantiere”, ma in questo caso forse è più corretto parlare di semplice pensiero, un’altra via di diversificazione, vorremmo aprire una società di investimenti immobiliari che possa autoalimentare tutto lo studio professionale. Con investimenti modesti che funzionino come fucina di opportunità. 

Modulo: Il concorso è un insostituibile strumento di affermazione professionale, ma oggi con la situazione attuale diventa mezzo da adoperarsi con cautela. Qual è la vostra politica in questo senso? 
André Straja: La partecipazione ai concorsi è una necessità per uno studio come il nostro. Abbiamo vinto circa 28 concorsi negli ultimi 10 anni e abbiamo costruito metà degli edifici…grazie a questo ci siamo e stiamo parlando in questo momento! 
L’acquisizione del cliente, al di fuori delle dinamiche dei concorsi a inviti, avviene molto spesso e, direi, sempre più spesso, attraverso lo svolgimento “gratis” (o quasi) di una parte importante dell’incarico: non è infrequente svolgere uno studio di fattibilità prima di avere un contratto firmato, è una sorta di biglietto d’ingresso, oneroso ma opportuno. 
In Italia si può operare a costi più bassi che in altri Paesi semplicemente perché allo studio di architettura viene richiesto, spesso, di lavorare a titolo d’investimento, ossia si comincia a guadagnare solo se il concorso viene vinto. Inoltre, in questo Paese, purtroppo, l’architetto guadagna molto meno di quanto non guadagnino negli Stati Uniti o in Francia, per esempio, ma il costo della vita…è simile! Forse questa è la ragione del gran numero di concorsi, ma con meno rimborsi e una più bassa percentuale di progetti che si realizzino. 
Oltre ad essere una tradizione della nostra professione, il concorso offre la possibilità a un cliente di valutare le metodologie, idee e personalità dell’architetto prima di “sposarsi” per un progetto che spesso richiede molti mesi e dall’altra parte permette anche a studi meno noti di far valere le loro capacità. Chiaro che in un ambiente meno sereno questo meccanismo viene abusato e non è raro che si senta parlare di concorsi già attribuiti prima che inizino. 
Riguardo ai concorsi internazionali, sappiamo di misurarci, molto spesso, con realtà professionali che hanno mezzi superiori ai nostri. Un po’ come giudicare le prestazioni di Usain Bolt ma chiedergli di correre i 100 metri con 40 Kg sulle spalle. Detto questo, ce la siamo cavata egregiamente un paio di volte e questo ci permette di sperare in obiettivi non ancora raggiunti. 

Modulo: Nel vostro iter professionale avete utilizzato tutte le tecnologie più innovative. Quali sono quelle che hanno dato migliori e ripetibili risultati e quali meno? 
André Straja: Non mi piace molto parlare di “tecnologie innovative”, è uno schema mentale fasullo, l’architettura è poverissima rispetto ad altre competenze professionali, per fare un esempio, una delle “punte” della tecnologia è rappresentata, in ambito impiantistico, dalla geotermia, e per quanto riguarda il tema delle rinnovabili, dal fotovoltaico, sistemi che già erano noti negli anni Settanta del secolo scorso. 
L’architetto utilizza il mattone, l’acciaio, e come già detto, anche il fotovoltaico e i sistemi BMS /Building Management System), la geotermia, l’eolico alla ricerca di risposte coerenti ed efficienti in base alle aspettative della committenza e a quelle, ineludibili, del contesto ambientale. 
Ma “creare l’ombra” su un edificio, ad esempio, non è difficile e la diffusione di tecnologie innovative, in realtà spesso già mature perché importate da altri ambiti, risponde alle esigenze di buon senso. È importante nel concept progettuale pensare a cose semplici, poi procedere con idee mediamente complesse e, infine, sempre se necessario, complesse. 
In base alla nostra prospettiva, e non certo quella di Zaha Hadid, ad esempio, l’estrema complessità non è sicuramente rappresentata dalla forma, ma da oggetti edilizi, composti da elementi estremamente semplici, combinati in un progetto complessivo in grado di produrre energia, invece di consumarla. 
Le verifiche a posteriori sarebbero un elemento eccellente di miglioramento dei sistemi, delle tecnologie e anche del pensiero progettuale; negli altri Paesi vengono effettuate regolarmente, ma l’Italia, che è un Paese in questo momento alle soglie della sopravvivenza, non è in grado di preoccuparsi di opere già concluse. Come afferma un articolo pubblicato su www.lindipendenza.com: “L’Italia è la nona potenza economica del mondo, il quarto Paese dell’Unione Europea, è componente del G8, è stata la capitale del mondo una prima volta con l’Impero Romano, la seconda volta con il Rinascimento. Eppure, la classifica stilata dall’IEA, Istituto Europa Asia, sulla percezione dell’interesse a conoscere un Paese o una realtà geopolitica per la sua cultura, la sua storia, la sua lingua, la sua influenza, in rapporto alla sua offerta turistica, vede l’Italia al trentaquattresimo posto, in una lista di 55. Il Belpaese arriva in classifica subito dopo la Thailandia, ben lontano dai principali partner europei (Germania, Regno Unito, Francia) collocati nei primi otto posti. Anche la Spagna si piazza meglio dell’Italia, in un dignitoso ventiduesimo posto”. Come ciliegina sulla torta, l’Italia si classifica settantaduesima della lista di Trasparency International (indice della percezione della corruzione), ex aequo con la Bosnia e peggio del Brasile, Romania, Ghana e Cuba. È chiaro che non possiamo né paragonarci, né avere le stesse aspettative dei Paesi che si collocano più di 20 posti al di sopra di noi. 

Modulo: Lavori in corso… 
André Straja: Stiamo lavorando a un cantiere per General Electric Capital Real Estate, di fronte al Palazzo della Regione a Milano; è in fase di completamento un edificio sempre a destinazione d’uso uffici, con la facciata in bambù, in viale Certosa a Milano. Stiamo progettando una casa per studenti con Polaris RE e lavorando a un progetto in Cina in collaborazione con GBPA Architects. Nell’ambito del retail curiamo la progettazione dei negozi Nespresso e Asics, per citarne alcuni. 


Pubblicato su Modulo 388, marzo/aprile 2014
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Categorie: Architettura