Pubblicato il 19 dicembre 2016

Architettura + ingegneria: l’esperienza di Marco Piva

La competenza generalista (tipicamente italiana) è un elemento che la Committenza stenta a recepire. Far emergere una specializzazione e integrarsi con l’ingegneria italiano sono i motori di successo nei territori stranieri.
Modulo: Da dove è derivato il desiderio di esplorare? 
Marco Piva: La tensione verso il “fuori” deriva dalla mia inesauribile curiosità che ha messo al centro dei miei interessi più profondi “il viaggio” come fondamentale e fondante esperienza di vita. Già dagli esordi nella mia azione professionale, oltre alle sperimentazioni condotte nel mondo della ricerca e del design, ho voluto sviluppare un’intensa attività di “verifica” sul campo, collaborando alla realizzazione di importanti e complesse opere, dai masterplan all’architettura e all’interior design, realizzate in numerosi paesi stranieri. 
Questi progetti, sviluppati da grandi imprese internazionali, che sovente aggregano gruppi molto articolati, mi hanno consentito di maturare un’esperienza straordinaria e soprattutto di conoscere realtà di sviluppo e di produzione del progetto diverse da quella italiana. 
Attraverso la diversificazione delle esperienze ho cercato, quasi antiteticamente, di maturare una capacità di sintesi concettuale ed espressiva che, in modo contemporaneo, potesse interpretare il famoso assunto teorico di Rogers del progetto esteso “dal cucchiaio alla città”. 
In questo senso, fare esperienza all’estero mi ha consentito di valutare altri modi di interpretare i progetti destinati a concepire lo sviluppo urbano, la configurazione di luoghi destinati ad accogliere le più diverse necessità abitative, turistiche, residenziali, lavorative, nel rispetto di una visione del progetto “diversa”, ma al contempo integrabile a quella italiana, portatrice di valori umanistici unici legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra arte. 

Modulo: Quali sono le differenze sotto il profilo operativo? 
Marco Piva: Come prima considerazione, progettando all’estero, dagli Stati Uniti sino al Giappone, passando per la Russia, il Medio Oriente e l’India, ci si confronta con un’organizzazione del lavoro diversa e più complessa ove diverse specifiche professionalità sono chiamate a contribuire ad un intenso lavoro di team. Le differenze, rispetto al nostro sistema, sono quindi sia locali che internazionali. Le prime sono dovute a regole e standard di progettazione diversi legati a normative specifiche dei luoghi in cui si sta operando, mentre le seconde, sovente di matrice anglosassone, sono invece generate da procedure di gestione e di controllo del progetto e della sua realizzazione legate alla necessità da parte dei clienti di avere una forte riduzione dei fattori di rischio generabili da errori nella valutazione dei costi, dei tempi e delle qualità estetiche e prestazionali di una determinata opera. Ecco che entrano in campo specifiche specialità quali, ad esempio: feaseability study, cost control, risk evaluation and control, project management e molte altre ancora. Il progetto si sviluppa quindi in base a parcellizzazioni e modalità predefinite, si evidenziano specializzazioni per tipologie e competenze diverse. In questi scenari risulta difficile il trasferimento della competenza generalista (tipicamente italiana) che la Committenza internazionale stenterebbe a comprendere e recepire quale valore indispensabile al successo di un’opera. 
Rimane comunque la possibilità, inserendosi in questi complessi contesti progettuali/esecutivi, di trasferire in modo più mirato e sicuro tutto il valore di sensibilità e raffinatezza espressiva che viene universalmente riconosciuto ai progettisti italiani. 
Il nostro è uno studio fortemente internazionalizzato e l’attitudine verso l’estero ha seguito orientamenti precisi e opportuni: la scelta dei territori (legata anche alla lingua, nel nostro caso principalmente all’inglese – e non al francese – come riferimento dominante), la capacità di integrazione con l’ingegneria strutturale e impiantistica civile (non ancora così diffusa nella pratica progettuale italiana), l’interazione con le migliori aziende e società italiane, in grado di imporre soluzioni materiche, tecniche e costruttive d’avanguardia. 

Modulo: Come si crea un’opportunità in un Paese straniero? 
Marco Piva: L’approccio e l’eventuale successivo insediamento in un territorio segue percorsi variabili da luogo a luogo. Bisogna verificare le opportunità in base ai programmi di sviluppo di un dato territorio, alla sua apertura verso operatori stranieri, alla facilità o meno dell’azione di penetrazione e di insediamento, sfruttare poi al meglio tutte le occasioni di visibilità e di contatto offerte ad esempio da mostre, convegni o concorsi. Può essere opportuno consolidare attraverso partnership rapporti professionali internazionali con altre strutture progettuali interessate a costituire gruppi di progettazione più forti per numero di addetti e soprattutto per competenze consolidate. Lavorare in contesti internazionali significa anche comprendere le logiche dell’integrazione con team specializzati in altri ambiti progettuali, sia di tipo professionale, ad esempio ingegneri strutturisti e impiantisti, sia di tipo specialistico, architetti specializzati in residenze, uffici, hotel, ecc. 
Lavorare e fare gruppo insieme ad altri professionisti significa incrementare la dimensione numerica e l’aspettativa di affidabilità nei confronti del cliente che soprattutto all’estero richiede, anzi esige, creatività coniugata a velocità, un binomio particolarmente complesso da mettere a punto in modo soddisfacente. La Cina, ad esempio, è uno dei Paesi che maggiormente esprime queste esigenze. In un vasto “territorio” di sperimentazione, apparentemente disponibile a contributi di ogni tipo orientati all’innovazione, oppone però un sistema altamente selettivo, relativo ai costi e alle modalità di produzione del progetto che alla fine risultano penalizzanti se non affrontati in modo mirato. 

Modulo: È una vera e propria opera di scouting? Come se ne gestiscono gli oneri? 
Marco Piva: Il rischio imprenditoriale nell’affrontare i territori stranieri è, per quanto risulta dalla nostra esperienza, quasi totalmente a carico delle società di progettazione. I committenti richiedono quasi ovunque garanzie di copertura economiche e finanziarie a livello internazionale che non sono facili da ottenere. Pensare a realizzare uffici locali, approntare team locali e adempiere a tutte le condizioni locali legate allo sviluppo dell’attività progettuale sono sfide complesse da organizzare e gestire. Inoltre, i colleghi stranieri (inglesi, francesi o tedeschi per limitarci al territorio europeo) godono di condizioni legate al sostegno economico offerte da organizzazioni professionali nazionali, da enti di promozione economica, da istituti di credito e di finanziamento internazionale, praticamente assenti nella realtà italiana. Anche il tema del livello di tassazione in Italia ha un impatto tutt’altro che banale sulle attività di sviluppo: si tratta di elementi che pesano in modo significativo sul bilancio del progetto. Infatti, in un paragone diretto con uno studio internazionale basato, ad esempio, in Gran Bretagna con uno basato in Italia il livello è quasi doppio a nostro sfavore. Ciò vuol dire che, se anche qualora si riuscisse a consolidare un risultato progettuale positivo, il ritorno economico ad esso correlato, dato il vigente livello di tassazione in Italia, non consente di poter reinvestire parte dei ricavi nel potenziamento della struttura progettuale attraverso viaggi, adeguamenti tecnologici o nuove assunzioni come invece può tranquillamente avvenire per uno studio o una società di progettazione britannica. In queste condizioni la competizione diviene sempre più difficile. Si deve inoltre considerare che per ogni piccolo o grande progetto, sviluppato da uno studio o da una società di progettazione italiano, si configura la possibilità di creare importanti opportunità di esportazione di materiali, beni e tecnologie. 

Modulo: Come si progetta in un Paese straniero? 
Marco Piva: Il progetto deve partire dall’acquisizione e dalla metabolizzazione dello “spirito” dei luoghi nei quali si opera: ad esempio, l’indagine in merito alle condizioni territoriali, ai riferimenti socioculturali, agli obiettivi strategici di un determinato progetto, soprattutto alle grandi scale dei masterplan, costituiscono gli elementi fondamentali e indispensabili per progettare in modo valido e corretto. 
Questi elementi dovranno intersecare il bagaglio di conoscenze tecniche umanistiche derivate dalla “cultura e sensibilità” progettuale dell’architetto. Quando non si riesca a creare relazione con il luogo si determinano edifici alieni e “insensibili” al contesto e quindi poco fruibili e integrabili al contesto più generale di un territorio. La capacità di identificare un rapporto vincente tra edificio e luogo consente anche di attivare un rapporto tra culture che potrebbero così essere avvicinate senza snaturarne l’essenza e la specificità. Bisogna come spesso si dice “pesare globalmente e agire localmente”. 
In sostanza, progettare in un Paese straniero vuol dire essere aperti a nuove esperienze, essere curiosi e attenti a realtà diverse dalla nostra e disponibili a interagire localmente per un arricchimento reciproco di esperienze e valori. 

Pubblicato su Modulo 398
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Vai alla scheda dello studio di progettazione: STUDIO MARCO PIVA
Categorie: Architettura