PALAZZO PIAMARTA

Città: ROVERETO
Nazione: ITALIA
Progettista Architettonico: RWA ARCHITETTI
Date: 2003
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Il progetto per il recupero del settecentesco Palazzo Piamarta a nuova sede universitaria ha un duplice obiettivo: da un lato quello di far assumere all’edificio, realizzato per rispondere a esigenze residenziali nobiliari, modificato in epoca asburgica nella Reale Scuola Elisabettina (1890), la nuova funzione di “macchina” universitaria rispondente a tutte le relative esigenze contemporanee; dall’altro restituire a uno dei più importanti edifici storici di tutto il Trentino il suo antico ruolo di manufatto importante entro la struttura urbana e la vita collettiva della città. L’intervento prevede la riorganizzazione distributiva interna, di cui il recupero delle due corti interne, con la realizzazione dei due grandi spazi a doppia altezza, sono i momenti più significativi, insieme al consolidamento strutturale dei solai in legno e delle murature in pietra.

Le fasi di progetto
Con la decisione di realizzare una sede universitaria a Rovereto e con l’identificazione del palazzo Piamarta come location adeguata, si pone l’obiettivo di migliorare la ricettività dell’edificio e la distribuzione interna dello stesso. E’ importante recuperare lo spazio delle due corti andato perduto nel momento in cui si realizzarono i tamponamenti posticci dei nuovi ballatoi. Allo stato di fatto, infatti, la scala dimensionale dei due spazi fa pensare più a spazi-cavedi che a spazi-corte.
Le fasi del progetto sono consistite in:
- rimozione delle strutture di tamponamento dei ballatoi elisabettiani non congruenti con l’impianto a corte dell’edificio;
- recupero e valorizzazione del sistema di colonnine in ghisa di epoca elisabettiana con posizionamento di una copertura piana trasparente con struttura in acciaio a elementi tubolari, avente medesimo modulo geometrico del sistema di colonnine, in modo da rendere le corti percorribili, vivibili e fruibile;
- recupero e inserimento dei due ballatoi originali del secondo piano - unici rimasti dopo l’intervento dei primi del Novecento - entro il circuito distributivo attraverso la loro chiusura con lastre in vetro strutturale;
- realizzazione a piano terra di un nuovo partérre in vetro opacizzato così da ottenere un piano di calpestio molto ampio in corrispondenza dei due ingressi (corte nord, corte sud). Tale partérre in vetro consente la deambulazione per tutta l’ampiezza dello spazio, restituendo al visitatore e al fruitore l’idea della corte nella sua completezza.
L’effetto finale è di grande suggestione, con i due spazi a piano interrato con soffitto traslucido e trasparente alla luce; a piano terra le due corti praticabili e fruibili in tutta la loro ampiezza; a piano primo, i ballatoi perimetrali che si affacciano su uno spazio collettivo aperto e climatizzato; poco più sopra, la copertura trasparente.
Appare evidente come questa “terza fase storica” costituisca per molti versi una sintesi filologica delle prime due: ne costituisce una prosecuzione ideale, recupera lo spazio originario mantenendo, anzi migliorando, l’assetto distributivo elisabettiano, condizione imprescindibile per una fruizione collettiva del manufatto.

L’assetto distributivo
L’edificio del palazzo dell’istruzione consiste essenzialmente di quattro livelli.
Ai piani terra e primo sono state riservate la funzioni comportanti il maggior grado di promiscuità e di affollamento: aule per le lezioni, seminari, attività di laboratorio; al piano seminterrato vengono organizzati spazi di biblioteca e di studio nonché aree di segreteria e di riposo, mentre il piano secondo è riservato a spazi di ricerca, studi, funzioni di segreteria. Vi sono altri due livelli minori; il piano interrato (ove si pensa possa essere collocato un laboratorio di psicologia) e il piano ammezzato. In corrispondenza dei due vani scala laterali vengono posizionate gli ascensori e un cavedio; attigui, trovano collocazione i servizi. Tale scelta comporta la formazione di due veri e propri nuclei distributivi e di servizio, coerenti con lo stato attuale.
Androne di ingresso, scalone nobile, aula magna sono spazi fruibili sia dall’università, sia in condizioni di totale autonomia.

La questione impiantistica
Il progetto mira a realizzare entro il palazzo un impianto universitario che necessita di adeguati apparati, talvolta complessi, da quello distributivo a quello tecnologico, da quello funzionale a quello manutentivo. Deve quindi essere affrontato il problema delle dotazioni da fornire a un edificio che vive come “monumentum” e nello stesso tempo come “macchina”.
Le dotazioni di impianti, attrezzature, elementi tecnologici sono pensate quindi come “staccate” dal manufatto, applicate in quanto “altro” da esso, attraverso la messa a punto di opportuni paramenti esterni alle strutture storiche e capaci di contenere tutti i vari apparati tecnologici che l’organismo richiede per il suo adeguato funzionamento.
Vengono predisposti “cursori” esterni alle murature, di contenimento dei sistemi impiantistici; vengono predisposte canalizzazioni esterne, pavimenti attrezzati, controsoffitti “radianti”. Tutto quanto finalizzato a escludere quasi totalmente la compromissione dell’edificio storico, a parte alcuni punti di passaggio, di fori, aperture, canali, manomissioni, necessarie all’alloggiamento di una complessa impiantistica. Questi elementi “esterni”, in quanto “altro” dal monumentum, se ne distinguono per finiture e materiali: soffitti radianti e cursori sono pensati come pannellature in acciaio inox satinato, proprio per trasmettere la logica del contrasto del nuovo rispetto all’antico.
L’apparato impiantistico è stato pensato per essere modificato, manutenuto, sostituito anche nei brevi periodi, mentre il manufatto, in quanto antico organismo dotato di un altissimo grado di permanenza tipologica e strutturale, è incapace di essere “disturbato” dalla contingenza delle attrezzature.
Dal punto di vista prettamente funzionale si sono assecondate le esigenze specifiche di una destinazione universitaria, quali la necessità di spazi collettivi, la flessibilità delle aule, la facile manutenzione dei materiali e degli accessori, la protezione e invulnerabilità di elementi tecnologici e di servizio. In questo senso il progetto prevede ampie hall e open space, fruibili liberamente dai vari utenti e aule di varie dimensioni e metrature, dotate di un supporto impiantistico protetto e sicuro.
L’impostazione razionale della gestione degli spazi non presenta infatti corridoi o spazi di risulta, prevede l’eliminazione di elementi accessori, quali gli scuri, di difficile manutenzione e scarsa utilità in un edificio universitario, anche in sintonia con il recupero filologico dei paramenti di facciata e la presenza di bocchette impiantistiche a pavimento in ogni aula. Le esigenze di spazi di deposito e archiviazione, nonché di locali tecnici proprie di un edificio di questo genere trovano riscontro nelle ampie superfici di sevizio presenti in ognuno dei 4 piani e in tutto il piano ammezzato.
La natura dell’edificio e le sue peculiarità tipologiche sono rispettate e sottolineate anche da speciali vani porta che, sfruttando i grandi spessori dei muri storici, ancora in buono stato e in ottime condizioni in quanto umidità (come risulta dalle specifiche analisi effettuate), definiscono i punti di accesso ai vari locali e mediano tra le esigenze attuali del passaggio e il rispetto delle antiche cornici in pietra. La fruibilità degli spazi e la facilità conoscitiva dell’impianto sono favoriti dall’organizzazione simmetrica e dalla presenza di vani scala e ascensori in punti strategici e coerenti con le aree di risalita dell’antico impianto.
I sistemi di risalita e di spazi di servizio posti nelle ali settentrionali e meridionali del palazzo permettono, insieme allo scalone d’onore e al contiguo ascensore, un immediato accesso ad ogni parte dell’edificio ed un notevole agio nella sua fruizione.
Il legame con l’esterno, che nei due fronti principali si colloca a quote di calpestio differenti, viene risolto attraverso un preciso disegno del giardino che viene reso direttamente accessibile anche dalle ali laterali dell’edificio attraverso l’apertura dei grandi portali ad arco del fronte ovest, ora tamponati con muratura.

La storia del palazzo
Il palazzo viene costruito nel 1770 come abitazione della famiglia Piamarta. In sintonia con lo schema settecentesco, la distribuzione dell’edificio è organizzata attraverso una sequenza di ambienti, l’uno attiguo e comunicante con l’altro, ciascuno deputato ad accogliere funzioni o ruoli specifici nel contesto dell’organizzazione del manufatto. La presenza della corte garantisce in quest’epoca un’occasione non già di rappresentanza, ma piuttosto di illuminazione e di servizio, con percorsi e aperture: in quest’ottica sono stati realizzati i ballatoi interni. Essi consistevano in un piano di calpestio in pietra locale su mensoloni a sbalzo, anche essi in pietra, per consentire la deambulazione secondaria e di servizio all’interno dell’ edificio. Tali elementi a ballatoio erano stati realizzati a piano terra, a piano primo e, solo sui lati minori esterni delle due corti, a piano secondo.
Nel corso del 1890 il palazzo diventa sede della Scuola Reale Elisabettiana. I ballatoi a sbalzo in pietra dei piani primo e secondo vengono sostituiti con ballatoi più larghi e di analoga collocazione ma realizzati in acciaio, ghisa e laterizio, appoggiati ai muri perimetrali e su un sistema di colonnine in ghisa appositamente collocate entro le corti, con intenti funzionali e distributivi di assoluta innovazione rispetto all’assetto originario dell’edificio. Tale operazione costituì l’occasione per ripensare completamente l’intera organizzazione distributiva dell’edificio. Adattandolo da residenza privata a luogo pubblico, quello che sarebbe diventato la sede della celebre Scuola Reale Elisabettiana, una delle più feconde istituzioni didattiche dell’Impero Austro-Ungarico."