Pubblicato il 16 settembre 2013

VERDE VERTICALE: Ricerca e sviluppo di oggi

l verde verticale odierno è un elemento più o meno sofisticato dal punto di vista tecnologico in funzione della metodologia d’inverdimento prescelta. Da qualche anno a questa parte la pratica delle pareti verdi ha iniziato a diffondersi velocemente. Se prima del 2008 la maggior parte delle professionalità che avevano a che fare col settore delle costruzioni non avevano idea di che cosa fosse una chiusura verticale vegetata, negli ultimi anni tale metodologia risulta invece molto conosciuta.  L’opera che più di altre ha dato spolvero internazionale al verde verticale è stata la realizzazione del Musée du Quai Branly di Parigi, progettato da Jean Nouvel ed ospitante un’installazione vegetale del botanico francese Patrick Blanc. L’importanza del progetto e le sue dimensioni (il brevetto di Blanc, denominato Mur Végétal, si estende in tale contesto su una superficie di 800 m² e contiene più di 15.000 piante di 250 specie, provenienti da diverse parti del mondo) hanno fatto sì che da lì in poi la tecnica in oggetto assumesse visibilità globale. I sistemi d’inverdimento parietale sono diventati oggi quasi all’ordine del giorno, sia per opere di respiro internazionale che per altre ad aspirazione maggiormente “locale”. Ciò ha di conseguenza comportato delle evoluzioni ulteriori, alcune indiscutibilmente positive mentre altre meno interessanti. La prima, che si muove parallelamente all’interesse riguardo al tema, è una grande sperimentazione progettuale messa in pratica in diverse parti del globo, e che si estrinseca attraverso nuove forme architettoniche ed inediti concept progettuali. D’altro canto questa grande ricerca genera nuove nicchie commerciali che l’industria delle costruzioni tenta di colmare il più velocemente possibile, immettendo sul mercato nuovi prototipi e nuovi prodotti che alcune volte riescono ad affermarsi, mentre altre, non avendo la dovuta sperimentazione alle spalle, nascono e muoiono celermente, con tutte le problematicità che tale questione porta con sé. Volendo delineare alcuni possibili sviluppi del sistema nel breve/medio periodo, è ipotizzabile che le relative innovazioni debbano interessare principalmente la tecnica delle chiusure vegetate poiché, come visto, risulta meno storicizzata e quindi anche meno prossima al limite di sviluppo potenziale. Gli involucri vegetati dovranno innanzitutto puntare ad accrescere il proprio livello d’efficienza intrinseca, mirando ad ottenere dei prodotti che necessitino di minori input energetici, sia a livello d’embodied energy che di quella necessitata durate la fase gestionale dell’opera: energia di funzionamento, energia richiesta per gestione e manutenzione, immissioni idriche e nutritizie a favore del verde ecc. Ciò si accompagna, per forza di cose, a una più attenta selezione delle piante. Se le sollecitazioni ambientali incidono fortemente sulla riuscita agro-tecnica del sistema e del relativo bilancio di sostenibilità, diviene fondamentale scegliere l’apparato vegetale e la metodologia d’impianto in funzione sia dell’area geografica d’inserimento che del relativo contesto microclimatico, al fine di minimizzare le risorse da introdurre nel sistema e le derivanti cure in opera. Per questo, come linea generale, saranno in tutti i casi da prediligere piante autoctone o naturalizzate. (Le specie autoctone sono quelle storicamente rilevabili in una data regione geografica e possono essere definite anche “indigene”. Queste sono tipiche di un bioma e presentano precise caratteristiche che le distinguono dalle specie provenienti da altri areali; esse, trovandosi in equilibrio con l’area d’appartenenza, sopravvivono e si riproducono sfruttando le risorse che vi trovano a disposizione - il contrario del concetto d’autoctonia è quello di alloctonia - . Una specie naturalizzata è stata invece introdotta dall’uomo in una data regione, trovandovi delle condizioni adeguate alla propria vita (ad esempio pomodori in Italia) poiché esse, grazie all’evoluzione della specie, si trovano in equilibrio con gli aspetti climatici della rispettiva regione d’insistenza). Altro aspetto fondamentale è dato dal fatto che la principale peculiarità del verde verticale – ossia la presenza di una flora vivente sulla superficie dell’involucro – lo rende, non solo diverso da tutte le alte tipologie di facciata, ma anche “funzionalizzabile”; in modo che se possano cioè sfruttare i particolari benefici nei confronti degli spazi confinati o semi-aperti su cui agisce. Vi sono diverse sperimentazioni nel mondo che mirano a valorizzare alcune funzioni specifiche derivanti dalle peculiarità fisiche e/o fisiologiche del sistema piante-substrato, permettendo alla chiusura a verde di compartecipare alla qualità edilizia; innalzandone, di conseguenza, anche il relativo bilancio di sostenibilità. È già oggi possibile impiegare una chiusura vegetata come elemento di fitodepurazione per le acque grigie domestiche, o come apparato di mitigazione acustica per ambienti esterni o confinati; se non anche nella climatizzazione indoor (al posto dei condizionatori meccanici tradizionali) e nella purificazione atmosferica del volume d’aria presente in un dato ambiente. Nel prosieguo dell’articolo saranno analizzate alcune realizzazioni recenti di particolare interesse, sia italiane che internazionali.

Autore: Edoardo Bit
Pubblicato su Modulo 385/2013