Intervista a Luciano Cupelloni

Modulo: La rivitalizzazione delle periferie è un obiettivo che la cultura architettonica quasi mai ha centrato: quali che siano gli spazi o i manufatti creati ad hoc, il più delle volte le aggregazioni si attuano spontaneamente in "non luoghi" che possono essere centri commerciali, complessi multisala, angoli o piazzette che casualmente la speculazione edilizia non è riuscita a coprire. E il centro storico continua ad avere una sua ineliminabile attrattiva.

L. Cupelloni: Al di là del nome effettivamente inquietante che deriva dalla numerazione del Piano di Zona, “Laurentino 38” è un quartiere disegnato con qualità, basato su un mix di case popolari e di abitazioni in proprietà privata e cooperativa, con le scuole e un istituto professionale, i servizi di base e il municipio, con grandi filari di pini e molto verde su una orografia tutt’altro che piatta. Fa parte della corona dei grandi insediamenti pensati e realizzati a Roma alla metà degli anni ’70 da una mano pubblica illuminata e dai migliori progettisti di allora.
Non posso dimenticare che terminata la discussione della tesi di laurea, il mio relatore Antonio Quistelli mi disse di presentarmi il pomeriggio stesso allo Studio Corviale. L’ufficio su piazza del Collegio Romano era quello dello Studio Asse… c’era ancora il grande modello di legno, già un cimelio polveroso del non realizzato “asse attrezzato”, che per l’appunto voleva essere un altro centro, alternativo a quello storico. Ma soprattutto c’erano molti professori di Architettura e Ingegneria e i migliori professionisti romani che, guidati da Mario Fiorentino, progettavano in modo integrato un brano di città lineare assolutamente sperimentale.
Qualcosa di simile, sebbene su uno schema completamente diverso, accadeva negli stessi anni nello studio di Pietro Barucci per il Laurentino. Da tempo gli interventi di quella stagione, per primo l’edificio lungo un chilometro, sono divenuti i simboli di una sperimentazione fallita. E dobbiamo ricordare che in molti casi quei quartieri, che tra 1° e 2° PEEP prevedevano alloggi e servizi per oltre 900.000 abitanti poi realizzati per poco più di 500.000, si ponevano come nuclei di riqualificazione se non di “ricucitura” di una periferia in gran parte illegale e spontanea.

Modulo: In questo contesto quali elementi del progetto (dei molti significativi) possono essere considerati più funzionali all'attivazione di questo processo di rivitalizzazione, al di là dell'esito formale, molto ben dimensionato, non "aggressivo" e tutt'altro che banale? Ci sono già segnali o valutazioni che diano una dimensione in fieri, un'attendibilità a questa integrazione

L. Cupelloni: Se il contesto urbano non è certamente dei peggiori, se lo stesso quartiere non è del tutto privo di qualità urbanistiche e ambientali, è altrettanto vero che gli edifici dell’ATER sono in forte degrado e che la demolizione di alcuni ponti non ha risolto i problemi della sicurezza e la drammaticità dell’emarginazione sociale. Un documentario recente, «Pezzi» di Luca Ferrara, descrive una periferia dimenticata dove i “pezzi” sono l'unità di misura della cocaina, l'unica terribile dinamica che sembra scandire la vita nel quartiere.
Molti abitanti hanno protestato contro questa rappresentazione. Certamente sono gli abitanti che da anni lottano per la riqualificazione, che hanno chiesto e ottenuto dall’Amministrazione Veltroni un nucleo di servizi culturali pregiati inteso come una sorta di piazza per un quartiere che programmaticamente non ha un centro. Un “luogo” d’incontro e di socialità, di cultura e di svago. Questa la chiave del processo di  rivitalizzazione posto alla base del progetto del Centro Culturale Elsa Morante. Che non a caso ha sostituito una spianata d’asfalto – un “non luogo” – con un nuovo paesaggio urbano.
Al di là di un certo successo di critica e di vari premi, la mia maggiore soddisfazione è che prima il cantiere – faticosamente condotto per circa tre anni – e oggi il complesso non hanno subito alcun vandalismo… neanche una scritta sui muri. E di certo non per la presenza delle telecamere.
L’insoddisfazione invece – non soltanto la mia ma di gran parte degli abitanti – è tutta causata da una gestione burocratica che ha tradito attese e potenzialità. Su entrambe si dovrà ancora lavorare molto.    

Modulo: Gli "alberi tecnologici", i tralicci con il fotovoltaico, rappresentano un segno importante. Ma se pensati come supporto al FV, al di là dell'orientamento, hanno una superficie ben più modesta rispetto alla copertura, perché questa scelta?

L. Cupelloni: Il progetto si organizza attorno all’idea delle due quote sovrapposte: la quota zero, un interno-esterno tra open space dei padiglioni e spazi verdi; la quota delle terrazze, nei primi studi perfino più estese e connesse poi ridotte per ragioni di sicurezza. Non era pensabile quindi usare le coperture piane per gli impianti fotovoltaici, se non quella non praticabile del teatro che ne ospita gran parte.
E’ altrettanto evidente che gli “alberi tecnologici” da un lato dialogano con il monumentale filare di pini, scandendo la dimensione lineare – circa 500 metri – di un sistema tutto orizzontale, mentre dall’altro si pongono come grandi segnali urbani, come fuochi di luce che identificano il complesso già da una certa distanza in un ambito molto vasto. E il bagliore del silicio soleggiato che produce energia pulita è anch’esso un simbolo di rinnovamento.

Progettista: LC ARCHITETTURA