Pubblicato il 13 dicembre 2016

OBR - Open Building Research, incontro con Paolo Brescia e Tommaso Principi

Risale al 2000 il sodalizio tra Paolo Brescia e Tommaso Principi che ha dato vita a OBR Open Building Research. L’idea era quella di studiare le nuove modalità di vivere contemporaneo, creando una rete di design tra Milano, Londra e Mumbai.
Dopo aver lavorato con Renzo Piano, Paolo e Tommaso hanno orientato la ricerca di OBR verso l’integrazione tra l’artificiale e il naturale, per creare situazioni sensibili in perpetuo cambiamento, che stimolano l’interazione tra uomo e ambiente. 
Il team di OBR sviluppa la sua linea sperimentale attraverso la partecipazione a progetti relativi a programmi sociali pubblico – privato, promuovendo, attraverso l’architettura, il senso di comunità e le singole identità. 
Oggi OBR è un gruppo di lavoro aperto a differenti contributi multidisciplinari, collabora con diverse università, tra le quali l’Accademia di Architettura di Mendrisio, l’Aalto University, l’Accademia di Architettura di Mumbai e la Mimar Sinan Fine Art University. I progetti dello studio sono stati presentati alla Biennale di Architettura di Venezia, al Royal Institute of British Architects di Londra, alla Bienal de Arquitetura di Brasilia, al MAXXI di Roma e alla Triennale di Milano. 

Modulo: Un tratto straordinario della vostra architettura è la “non somiglianza” dei vostri progetti. La misura degli edifici si plasma sul contesto, immagino sulle esigenze espresse dalla committenza, senza espressioni identitarie imposte. È una modalità compositiva che accomuna alcuni progettisti, rispettosa e adeguata ai luoghi. Pensate che la parola Rispetto possa essere una tag innovativa e omnicomprensiva per l’Architettura Contemporanea? 

P. Brescia, T. Principi: Per noi di OBR il design è l’esito di un processo. Non c’è un’idea precostituita attraverso la quale cerchiamo di arrivare al risultato. 

Modulo: L’overloaded di esigenze tecnologiche apparentemente irrinunciabili incide, secondo voi, sugli aspetti compositivi? A me sembra di ravvisare una sorta di “addomesticamento” della tecnologia nelle più recenti esperienze progettuali italiane, condividete questo pensiero? 

P. Brescia, T. Principi: Prima di lavorare con Renzo Piano, ci siamo formati al Politecnico di Milano e a Genova, laureandoci rispettivamente con Pierluigi Nicolin (Paolo) e Enrico Bona (Tommaso). Con loro non c’era la scuola di appartenenza, né tantomeno un repertorio formale a cui attenersi. Con Pierluigi ed Enrico impari a fare ricerca. Lavorando con Renzo Piano acquisisci anche un metodo, quello della téchne, nel senso classico del “saper fare”. 

Modulo: Avete realizzato residenze, ospedali, musei. Quel è la vostra modalità d’approccio, tecnica e progettuale per esigenze così difformi? 

P. Brescia, T. Principi: Abbiamo scelto di non specializzarci in nulla di particolare. Per noi è più importante ibridare esperienze diverse, il risultato è sicuramente più inatteso. 

Modulo: Nella gestione manageriale e imprenditoriale di uno studio come il vostro, quale deve essere il rapporto tra concorsi a cui partecipare e concorsi che vi aggiudicate? 

P. Brescia, T. Principi: La nostra attività si fonda da sempre sui concorsi. Attraverso i concorsi fai ricerca. Lavorando applichi la ricerca. Poi, si sa, i concorsi sono una roulette. Motivo per cui occorre sempre rilanciare (soprattutto sulle perdite). E comunque, ne è sempre valsa la pena, quanto meno per fare ricerca. 

Modulo: Il tema delle alleanze tra società di progettazione e d’ingegneria è un tema ineludibile per competere sui mercati esteri. Come siete organizzati in tal senso? 

P. Brescia, T. Principi: L’esperienza ci insegna che non puoi fare alleanze solo per pura convenienza. Non siamo avvocati o ingegneri che si aggregano per aumentare il fatturato. Come architetti, puoi lavorare solo con chi condivide i tuoi valori. 

Modulo: Quale relazione si stabilisce con la Committenza Privata (le società immobiliari) per i progetti di terziario o housing o retail? 

P. Brescia, T. Principi: Le rispondo con un esempio. Quando abbiamo partecipato al concorso di idee per il complesso residenziale di Milanofiori, il tema era l’abitare. Il committente (privato) chiedeva a dieci architetti di declinare un nuovo modo di abitare contemporaneo in un luogo senza identità urbana. Non avendo all’epoca alcuna esperienza in ambito residenziale, abbiamo affrontato il tema ponendoci la domanda: ma tu come faresti casa tua?  
La risposta ovviamente non riguardava alcun aspetto tecnologico, ma come immaginare uno spazio che fosse interattivo con quello che succede fuori, come se fosse un organismo che agisce, e reagisce, dinamicamente con il contesto, secondo un principio di azione-reazione. Per noi è stata una ricerca interessante perché il committente ci ha creduto. Del resto, al di là dei numeri, il successo di un’operazione immobiliare è decretato dall’utente finale, l’abitante. 

Modulo: E con quella pubblica? 

P. Brescia, T. Principi: I progetti pubblici interessano tutta la collettività, è quindi necessario che ci sia già una strategia da parte dell’amministrazione, come per esempio è avvenuto inizialmente per il Museo di Pitagora. In quel caso l’amministrazione aveva già pensato ad una strategia di rigenerazione urbana della periferia di Crotone attraverso la cultura. Con i fondi della Comunità Europea è stato bandito un concorso internazionale che si proponeva di attivare un processo di rigenerazione urbana di Crotone attraverso la figura di Pitagora che a Crotone ha fondato la sua Scuola. Promuovendo la città all’interno del circuito turismo culturale internazionale. 

Modulo: Per la vostra esperienza come sono cambiate le dinamiche di processo negli ultimi 5 anni? 

P. Brescia, T. Principi: Il fenomeno che stiamo registrando negli ultimi anni è la presa di coscienza delle identità nazionali, soprattutto nei mercati emergenti, in Asia, come in Africa. In pratica, mentre prima i mercati erano unicamente interessanti al marketing prodotto da architetture autoreferenziali dell’archistar di turno, oggi stiamo incontrando promotori interessanti a puntare su logiche di differenziazione e unicità a partire dalle identità culturali e sociali specifiche. 

Modulo: Quanto la Committenza, l’asset manageriale, entra nelle scelte decisionali di fornitura dei materiali e di gestione complessiva dell’opera? 

P. Brescia, T. Principi: Ernesto Nathan Rogers diceva che il cliente è colui senza il quale è impossibile fare architettura, ma con il quale è ancora più difficile. Noi diciamo che il progetto “giusto” si fa insieme al committente. Ma tenendo in considerazione che l’architettura si fa nell’interesse di tutti, soprattutto di chi la abita che non necessariamente è il committente. 

Modulo: Qual è la tendenza tecnologica in divenire secondo voi? Il riuso di materiali e componenti è una via possibile per la progettazione diffusa o solo una dichiarazione d’intenti virtuosa e accolta dalle aziende di produzione – per le cogenze comunitarie – e dai progettisti impegnati per l’architettura dello sviluppo e l’architettura temporanea? 

P. Brescia, T. Principi: Crediamo che la questione oggi debba essere inquadrata nel processo di globalizzazione. Se per globalizzazione intendiamo l’insieme planetario di circolazione dei mezzi e della rete di comunicazioni, allora una chiave di lettura potrebbe esserci fornita dalla contrapposizione che Paul Virilio individua tra mondo – città e città – mondo. Il mondo è diventato un mondo – città, all’interno del quale circolano e si scambiano categorie di prodotti di tutti i tipi, compresi i messaggi, le immagini, le mode, gli artisti…gli architetti. Ma è anche vero che la città è una città mondo, con le sue differenze etniche, culturali e sociali. In questo senso la città – mondo smentisce le illusioni del mondo – città- è su questo terreno incerto, sospeso tra città e mondo, che pensiamo gli architetti siano chiamati a operare oggi. 

Modulo: Avete vinto o siete arrivati finalisti in 16 premi nazionali e internazionali dal 2007. Pensate che i premi di architettura possano essere un riferimento concreto ed esemplificativo per un buon costruire? 

P. Brescia, T. Principi: I riconoscimenti fanno piacere. Ma se ci fossero meno premi e le giurie fossero più istituzionali, magari coinvolgendo nei processi decisionali anche committenti pubblici e privati, i premi potrebbero certamente aiutare il buon costruire. 

Modulo: Cazù Zegers, architetto cileno, ha affermato che “la Buona Architettura è quella che si pone le domande giuste”. Quali sono le domande che vi ponete? 

P. Brescia, T. Principi: L’architetto, a differenza del tecnico, non ha necessariamente la soluzione ma la ricerca ponendo domande. Il tecnico è colui che sa e spesso sa anche come; l’architetto dovrebbe domandarsi anche il perché. E dal tipo di domande dipende l’esito delle soluzioni: per noi il progetto è un processo evolutivo e cooperativo, basato sull’ascolto di chi ne sa di più. Noi non siamo degli specialisti, ma impariamo da loro. Anche se ascoltare non vuol dire necessariamente ubbidire. 

Pubblicato su Modulo 404, Dicembre 2016

Crediti fotografici: Alessandro Digaetano Photographer
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Categorie: Architettura