Pubblicato il 22 febbraio 2019

MSC Associati: incontro con Danilo Campagna, partner dello studio dal 1985

MSC Associati (acronimo di Migliacci, Schiatti e Colombo) è una società di engineering che ha costruito il proprio know-how in quasi sessant’anni di attività e realizzazioni, sia nel campo della progettazione che della direzione lavori, in Italia e all’estero. Vanta al suo attivo collaborazioni con studi di progettazione di fama internazionale.
Modulo: MSC nasce nel 1961. Modulo ha sempre avuto uno stretto legame con lo studio: la copertina è dell’architetto Gianpaolo Valenti, partner dello studio, e sul primo numero, uscito nell’aprile 1975, abbiamo un articolo dell’ingegnere Clemente Schiatti, uno dei soci fondatori. Ci traccia un profilo degli esordi? Quali sono state le tappe importanti della vostra crescita? 
Danilo Campagna: La sua storia raccoglie tre generazioni. La prima è stata naturalmente quella dei tre fondatori – gli ingegneri Antonio Migliacci, Clemente Schiatti e Sergio Colombo – che all’inizio degli anni Sessanta furono incaricati della progettazione completa (piano urbanistico, architettura, strutture e impianti) di un grande complesso industriale per la produzione tessile, da realizzare a Villacidro, in Sardegna. Fu questa l’occasione per iniziare una forma professionale di collaborazione, allora d’avanguardia, per la progettazione integrale di organismi edilizi. L’esperienza iniziale si sviluppò negli anni successivi con ulteriori incarichi per la realizzazione di edilizia residenziale, di complessi industriale e di edilizia sociale e per il tempo libero.  
Nel 1973, essendosi ormai consolidata la forma integrata di collaborazione, si ritenne opportuno concretizzare stabilmente questo piccolo gruppo di professionisti, trasformando l’associazione spontanea in società: fu allora che nacque lo Studio Tecnico M.S.C., con sede a Milano in via Poerio. Successivamente, soprattutto per l’apporto del prof. Antonio Migliacci, si sviluppò in modo preponderante la progettazione strutturale, sempre impegnata nella ricerca di soluzioni innovative nell’industrializzazione edilizia e nei componenti prefabbricati. 
Questa attività, oltre alla progettazione tradizionale della direzione lavori, richiese a collaborazione di giovani ingegneri strutturisti e architetti. Fu così che, all’inizio degli anni Ottanta, la società decide di includere altri quattro collaboratori, trasformandosi in MSC Associati. Ed è qui che è entrata in scena la seconda generazione di professionisti, che comprendeva, oltre me, anche l’ingegnere Sergio Levati, l’ingegnere Renato Villa e l’architetto Maurizio Fantoni. 
A seguito di questa trasformazione l’attività della società si è ulteriormente sviluppata in Italia e all’estero, con importati interventi di edilizia commerciale, residenziale e alberghiera. 
La terza generazione, la più recente, è composta da professionisti, oggi quarantenni, che abbiamo deciso di fare entrare in società nel 2013. Questa nuova leva, che rappresenta il futuro di MSC, è formata dai due figli di Clemente Schiatti, Pierpaolo e Marco, da altri tre ingegneri - Alessandro Aronica, Claudia Gregis e Andrea Sangalli - e da due architetti, Cristina Fantoni e Marco Radice. 

Modulo: Avete quindi anche una divisione di Architettura? 
Danilo Campagna: Certamente, anche se lo zoccolo duro della società è dedicato alla progettazione strutturale, comprensiva di direzione lavori, sicurezza cantieri, collaudi…Comunque posso dire che siamo in grado di padroneggiare l’intero panorama delle costruzioni, eccezion fatta per l’impiantistica, per la quale abbiamo dei collaboratori fidati esterni. 

Modulo: Attualmente da chi è formato il board? 
Danilo Campagna: Antonio Migliacci, che è docente ordinario al Politecnico di Milano e responsabile della scuola Master sulla progettazione in calcestruzzo armato, è tuttora socio; Clemente Schiatti si occupa della parte più squisitamente amministrativa; Sergio Colombo, che era il più anziano tra i tre, purtroppo è mancato l’anno scorso. Oggi quindi ci siamo io e Levati a guidare la società, supervisionando la parte tecnica e progettuale e curano la committenza. Noi due ormai ci consideriamo quasi fratelli: eravamo compagni di studi al Politecnico, insieme ci siamo laureati e insieme siamo entrati a far parte di MSC come soci. Oggi cerchiamo di passare il testimone ai nostri colleghi più giovani che stanno emergendo con molta forza: molti lavori sono ormai in mano a loro. Noi cerchiamo di tenere le fila, stando però nell’ombra e senza essere ingombranti. Ci occupiamo più che altro di consulenze in ambito giudiziario, perizie tecniche e collaudi – sia statici che tecnico-amministrativi – su richiesta di clienti particolari, laddove è necessaria una lunga esperienza; ai giovani lasciamo il grosso dell’operatività progettuale. 

Modulo: Su quante sedi operate? 
Danilo Campagna: Attualmente abbiamo solo questa sede di Milano, ma in passato ne avevamo un’altra anche a Como. Tra gli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila siamo stati molto operativi all’estero, soprattutto nell’area baltica, dove avevamo costituito una società apposita, la MSC Baltic, con sede a Tallin, che aveva richiesto il trasferimento dell’ingegnere Levati in pianta stabile. Abbiamo eseguito moltissimi lavori sia a Riga che a Vilnius. Successivamente ci siamo resi conto che il mercato locale si era saturato e che gli investitori italiani con cui ci interfacciavamo non avevano più alcuna convenienza commerciale. Attualmente non stiamo lavorando molto all’estero, salvo una chiesa in Ucraina, in collaborazione con Mario Botta. 

Modulo: Come gestite i rapporti e le dinamiche con i diversi soggetti che operano nel panorama delle costruzioni? 
Danilo Campagna: La nostra politica è sempre stata quella di curare diverse tipologie di committenti: preferiamo non affidarci a un solo grosso cliente poiché, com’è noto, purtroppo l’edilizia vive di alti e bassi e noi vogliamo garantirci la possibilità di diversificare a seconda delle situazioni. Abbiamo diversi clienti nell’ambito del real estate e delle imprese, per le quali indossiamo le vesti dei progettisti costruttivi. 
Tendenzialmente non seguiamo il mercato del pubblico, per il risaputo gioco al ribasso e per una burocrazia ingombrante. Ci abbiamo provato in passato, ma abbiamo preferito non ripetere l’esperienza. 
La nostra base di clientela privata è abbastanza estesa, soprattutto in ambito industriale, per la quale abbiamo realizzato importanti complessi in passato di cui ora curiamo le varianti e gli ampliamenti. Per quanto riguarda gli attori del real estate, fra i nostri più grandi clienti abbiamo Coima, per la quale ci siamo occupati della sede in via Melchiorre Gioia – progettata insieme a Mario Cucinella Architects – e del progetto strutturale e della direzione lavori di tutti gli edifici che danno su Piazza Gae Aulenti, come le Torri Unicredit e il Pavilion. Per le loro proprietà tutte le verifiche di vulnerabilità sismica per eventuali adeguamenti. Quest’ultimo è un nuovo settore, particolarmente sentito dopo i terremoti dell’Aquila e in Emilia, che noi stiamo seguendo da vicino. Ora tutti corrono ai ripari, anche se Milano non si trova in una zona a elevato rischio sismico, ma anche qui si è diffusa una certa sensibilità, per cui gli operatori che hanno patrimoni immobiliari importanti, come le assicurazioni, chiedono uno studio di vulnerabilità sismica per ogni loro immobile. 
Un altro settore interessante che si è aperto a Milano è stato introdotto dall’articolo 11.6 del Regolamento Edilizio, che obbliga tutti gli edifici che hanno più di cinquant’anni a essere ricollaudati. Si tratta di una norma che apre un mercato di consulenza tecnica per i professionisti molto vasto, perché riguarda più di 27.000 edifici nel milanese, sui quali, nel giro di pochi anni, si dovrà controllare il grado di conservazione, i fenomeni di degrado e quelli che minano la sicurezza strutturale. Funziona così: dopo un’indagine esaustiva delle condizioni dell’edificio, il tecnico incaricato, cioè un ingegnere iscritto all’albo, sottoscrive un Certificato di Idoneità Statica (CIS), che riporterà tutti gli eventuali interventi da effettuare obbligatoriamente entro una certa data di scadenza. 
Ai proprietari di immobili più vecchi di cinquant’anni non in possesso di un CIS verrà preclusa la possibilità di venderli. Naturalmente si stanno svolgendo convegni per istruire i professionisti a questo nuovo strumento di prevenzione. L’ingegnere Aronica di recente ha preso il mio posto alla Commissione Strutture dell’Ordine degli Ingegneri di Milano ed è stato il redattore delle linee guida operative per compilare il CIS. Anche lui tiene moltissimi convegni di formazione sull’argomento. 
Ancora una volta, Milano si fa portabandiera del rovesciamento del solito modus operandi italiano che mira a curare anziché prevenire. È vero che Milano, come dicevo, non si trova in una zona sismica, ma è anche vero che il patrimonio edilizio è datato, costruito durante il dopoguerra, epoca in cui si correva a edificare a più non posso, spesso con tempi e finanze limitate: allora non si stava a badare più di tanto alla qualità del costruito, anche perché il ferro costava e non vi erano norma che limitavano l’audacia dei progettisti. 

Modulo: In cos’altro investite per la vostra formazione? 
Danilo Campagna: Abbiamo fatto degli investimenti importanti nell’ambito del BIM, per il quale abbiamo comprato diciotto stazioni. Ad un certo punto ci siamo resi conto che era indispensabile farlo, perché ormai tutti i clienti di un certo calibro lo richiedevano… 

Modulo: Anche gli architetti di un certo calibro… 
Danilo Campagna: Beh, dipende: non tutti sono attrezzati. Siamo ancora in una fase transitoria in cui sono ancora in molti a dover correre ai ripari. Noi in questo ambito abbiamo iniziato presto, per cui oggi ci possiamo definire maturi, tanto che spesso mettiamo i nostri operatori a disposizione di studi tecnici. Il nostro primo approccio al BIM è stato perché ce lo aveva chiesto Unicredit per il suo Pavilion, che abbiamo progettato con l’architetto Michele de Lucchi. È stata un’esperienza rivelatoria: ad oggi abbiamo adottato la progettazione in BIM su diversi livelli di approfondimento a seconda del cliente e del tipo di lavoro, come un metodo sistematico. 

Modulo: Il BIM è senz’altro l’ultima grande innovazione nel campo della progettazione. A proposito di questo, quali sono state le esperienze progettuali in cui avete dovuto utilizzare un approccio innovativo per risolvere un problema? 
Danilo Campagna: In ambito strutturale credo ci siamo ormai poco da inventare, però indubbiamente ci siamo trovati di fronte a strutture particolarmente ardite in cui abbiamo cercato di utilizzare le migliori tecnologie. Un progetto molto particolare è stata la Chiesa Dives in Misericordia a Roma, progettata insieme a Richard Meier. Originariamente era stata pensata in acciaio, con una pelle di rivestimento, ma l’idea è stata bocciata poiché questa scelta materica non era degna del carattere monumentale che avrebbe dovuto avere una chiesa. Inoltre, il finanziatore della realizzazione era Italcementi, il quale si era opposto, essendo un fornitore di cemento e non di acciaio. Oggi vediamo una struttura totalmente in cemento, molto più pesante e monumentale. Le caratteristiche vele sono prefabbricate con post-tensione bidirezionale, cioè sono precompresse sia verticalmente che orizzontalmente. I conci prefabbricati sono stati assemblati con l’aiuto di una macchina, la cui realizzazione è stata ancor più compressa della chiesa stessa, perché si trattava di una struttura metallica alta 30 metri, adibita a sollevare conci del peso di 20 tonnellate l’uno, a portarli in quota e a orientali secondo precise coordinate nello spazio. 
Anche l’Aula Liturgica Padre Pio a San Giovanni Rotondo, per la quale io personalmente ho firmato il collaudo statico, in provincia di Foggia, è molto interessante perché anche qui abbiamo utilizzato la tecnologia della precompressione degli archi composti da conci in pietra e sovrapposti l’uno all’altro fino a chiudere l’arco in chiave. Questi conci sono attraversati però, nel loro asse, da un cavo di acciaio precompresso armonico che li lega insieme come fossero una collana. In questo modo, nel caso in cui le scosse di un eventuale terremoto – lì è una zona altamente sismica – tentassero di disorganizzare gli archi, il cavo interno fungerebbe da impedimento. L’inserimento del caso d’acciaio non era però previsto nella fase iniziale. Quest’idea è stata particolarmente risolutiva, e non solo peer una questione di sicurezza antisismica. Il Consiglio Superiore ai Lavori Pubblici aveva infatti osteggiato il progetto per anni, non essendoci una normativa esclusivamente legata alla pietra. Allora il professor Migliacci, che è stato coinvolto in qualità di consulente, ha avuto questa bellissima idea che ha suggerito allo studio tecnico incaricato della progettazione. Con tale accorgimento, del resto molto semplice, il progetto è stato approvato. Non è il solo aneddoto che posso raccontarvi dietro questa chiesa: i frati volevano assolutamente che il progetto fosse eseguito da Renzo Piano, il quale non voleva saperne di chiese; ma loro non si sono arresi e hanno continuato, per oltre due anni, a inviare quotidianamente un fax a Renzo Piano per convincerlo progettare la chiesa. Alla fine, il loro desiderio è stato esaudito: fu proprio l’architetto Piano, infatti, a ideare questi meravigliosi archi, con saette in acciaio inossidabile e copertura in legno lamellare. Abbiamo fatto ogni genere di prove di carico per verificare la struttura: dinamiche, statiche…è stata un’esperienza bellissima. 
Un’innovazione tecnologica, unica in Italia, l’abbiamo operata nel Santuario di Lovere. Questo convento, che per le suore della Congregazione di Maria Bambina è importantissimo perché ha dato i natali alle due sante Capitanio e Gerosa, ha iniziato a subire cedimenti fondazionali a partire dal primo dopoguerra. Dopo averle tentate tutte, nel 1997 la struttura stava letteralmente per crollare. Siamo intervenuti noi di MSC, che nel giro di una quindicina d’anni abbiamo praticamente scavato sotto tutte le fondazioni del convento e abbiamo trasportato in loco un centinaio di martinetti idraulici che abbiamo disposto in serie sotto di esse. Da allora, ogni anno, grazie a una centralina automatizzata che li gestisce in remoto, questi 120 martinetti vengono monitorati per compensare i cedimenti del convento, in maniera tale da mantenerlo sempre orizzontale. 

Modulo: A proposito delle vostre opere iconiche, quali sono state quelle che maggiormente hanno segnato la storia di MSC? 
Danilo Campagna: MSC è stato precursore, in ambito industriale, della tecnologia delle travi canale: si tratta di travi precompresse in opera, capaci di una luce massima di 50 metri, in grado quindi di formare maglie strutturali molto grandi, di 20x30 metri, per poter usufruire di uno spazio completamente libero per le macchine. Fu un’idea del professor Migliacci. Inoltre, tali travi, che hanno una sezione considerevole, ospitano al loro interno il sistema impiantistico e i canali dell’aria ispezionabili. Parliamo di strutture a cassone, scatolari, alte due o tre metri e altrettanto larghe, le quali vantano anche un’ottima rigidezza e resistenza torsionale.  
Questa tecnologia ovviamente ci è stata utile nei grandi complessi natatori, come le Piscine di Seregno o le Piscine Sciorba di Genova. Quest’ultimo è un complesso olimpionico realizzato nel 1992, per i tempi veramente molto tecnologico. Qui la parte inferiore della trave canale è stata tinteggiata di rosso, per darle carattere estetico. A sinistra di questa abbiamo progettato una copertura metallica mobile, mentre sulla destra, in corrispondenza delle tribune, abbiamo delle strutture fisse con lucernari. Le tribune sono mobili: si possono infatti “impacchettare” per creare una pista indoor di atletica leggera di 60 metri. Anche i fondi della piscina sono mobili: si possono alzare nel caso in cui ci vengano a nuotare dei bambini. La piscina, che è lunga 50 metri, può essere separata da una parete mobile che sale dal fondo e la divide in corrispondenza della metà, nel caso di volessero differenziare gli usi per le gare. Ogni elemento è stato studiato per garantire la polifunzionalità dell’opera. 
Un altro progetto iconico, parlando di un periodo più recente, è il Pavilion Unicredit. Il concept da cui siamo partiti, pensato dall’architetto Michele de Lucchi, era quello di un sasso buttato sulla piazza. Sotto il luogo in cui era atterrato il sasso, però, vi erano tre piani di parcheggi interrati, i quali si configuravano quindi come struttura preesistente, i cui pilastri erano infatti già stati sovradimensionati per supportare, in futuro, ulteriori carichi su di essi. Sotto i parcheggi, che sono divisi da un giunto strutturale vi era inoltre la metropolitana. 
Abbiamo subito comunicato all’architetto il problema fondamentale: essendoci un giunto strutturale nei parcheggi, tale giunto doveva essere riportato nell’edificio. Michele de Lucchi non ha voluto saperne di tagliare in due la sua realizzazione. Ecco perché l’edificio alla fine è stato progettato come un ponte che valica il giunto stesso. Ma il ponte doveva essere scorrevole, per assecondare il movimento della struttura sottostante. Il Pavilion è infatti su appoggi scorrevoli che funzionano anche come smorzatori sismici: in caso di terremoto, questo edificio trasmette una quantità minima di sollecitazioni alla parte sotto, poiché è in grado di spostarsi orizzontalmente, insieme al moto sismico, per poi tornare in posizione. In più, essendo il Pavilion appunto un sasso, ha una forma architettonica che da sola porterebbe i carichi a terra in maniera irregolare, perciò abbiamo dovuto studiare una sottostruttura dotata di “zampe” atte a raccogliere i carichi e a scaricarli proprio nelle posizioni dei pilastri dei parcheggi sottostanti. Tale struttura è composta in gran parte di centine in legno, molto leggere. In origine la destinazione d’uso dell’edificio era quella di uffici, spazi per i convegni, ma anche di spazio espositivo e di asilo per i dirigenti dell’Unicredit. Oggi la struttura è stata venduta a Coima, la quale ci ha dato l’incarico di trasformarla, anche dal punto di vista strutturale, per accogliere gli uffici della IBM, i nuovi tenant, e un ristorante con attività commerciali al piano terra. 
Ci siamo occupati dei tre edifici a Rogoredo del centro direzionale di Sky Italia, un complesso in cui lavorano 3.500 persone; i primi due edifici sono stati finiti nel 2008, mentre il terzo è stato concluso proprio l’anno scorso. Personalmente mi sono occupato del collaudo statico di Fondazione Prada e del nuovo Ospedale Galeazzi in area Expo, di cui è iniziato il cantiere in dicembre. 
Abbiamo, infine, seguito il progetto strutturale delle sette residenze di Zaha Hadid a City Life. Ci siamo occupati anche del progetto di una torre che doveva sorgere in Piazza Arduino, che però non è stata realizzata per motivi economici: non sono riusciti a vendere gli appartamenti e così hanno dovuto interrompere i lavori, nonostante avessero già finito la platea fondazionale, che infatti è stata coperta. Forse un giorno riapriranno il cantiere… 

Modulo: Cosa ci può raccontare su Expo 2015? 
Danilo Campagna: Ci siamo occupati della direzione lavori del Padiglione Uruguay, del progetto e della direzione lavori del Padiglione Kazakistan. Con lo Studio Valle Architetti abbiamo realizzato il progetto dell’Open Air Theatre, una struttura alta 70 metri in carpenteria metallica. Ci siamo infine occupati della modellazione strutturale delle mega sculture ideate da Daniel Libeskind che sorgono in Piazza Italia, all’incrocio tra il cardo e il decumano. Queste strutture sono state realizzate in Danimarca in uno speciale alluminio microforato che permette di lasciar filtrare la luce dall’interno. Io personalmente ho firmato il progetto strutturale del Padiglione UAE (United Arab Emirates) per conto di Norman Foster, che aveva bisogno di un local che controfirmasse il progetto ideato all’estero. Con lui siamo in ottimi rapporti, lo abbiamo anche seguito, in parte, nel progetto di Milano Santa Giulia. 

Modulo: Per concludere, attualmente a cosa state lavorando? 
Danilo Campagna: Ci stiamo occupando del nuovo showroom per Luxottica, della chiesa di Leopoli e di Gioia 22, il nuovo grattacielo di 130 metri costruito al posto dell’ex palazzo dell’INPS. Quest’ultimo lo stiamo ostruendo per conto di Coima e sarà adibito a uffici. Il progetto è di Cesar Pelli, lo stesso architetto che si è occupato delle torri Unicredit. Attualmente stiamo costruendo le fondazioni. Avrà quattro piani interrati, perciò siamo ancora a quota -17 metri. Infine, siamo coinvolti in un grosso intervento a Roma, nella zona dell’Eur: si tratta dei nuovi palazzi per gli uffici dell’ENI, praticamente in fase di completamento. 

Intervista pubblicata su Modulo 417, gennaio/febbraio 2019