Pubblicato il 25 ottobre 2016

LAPS Architecture, incontro con Fabienne Louyot e Salvator-John A. Liotta

Due soci, un italiano e una francese. Contaminati da Spagna e Giappone, Marocco e Portogallo. Un melting pot che alimenta un pensiero originale attraverso strumenti condivisi. I temi ambientali ed energetici in primo piano secondo una logica di Architettura Globale. Massimizzando il minimo.
Fabienne Louyot e Salvator-John A. Liotta sono gli associati di LAPS Architecture, un giovane studio dal carattere internazionale con lavori realizzati e in corso in Italia, Francia e Giappone. 
Nel 2007 i giovani architetti hanno deciso di investire in una loro impresa le competenze maturate presso studi di fama mondiale (Fabienne ha lavorato per Jean Nouvel e OMA/Rem Koolhaas e Salvator-John per Kengo Kuma). L’identità dello studio trae beneficio dalla diversità di esperienze degli associati, dalla loro sensibilità, dai vari contesti e culture ai quali fanno riferimento. 
Fabienne e Salvator-John hanno infatti tutti e due hanno vissuto all’estero (Giappone, Marocco, Portogallo oltre a Francia e Italia e parlano cinque lingue fluentemente). Il motto di LAPS Architecture è “produrre complessità attraverso semplicità e fare molto con molto poco”, proponendo una riflessione nel campo dell’architettura e del design urbano con una attenzione specifica per le questioni ambientali già nella fase di concezione del progetto. 
LAPS Architecture privilegia il dialogo con il committente al fine di mettere insieme un progetto architettonico di qualità che sia in accordo con i vincoli del progetto, l’utilizzazione e il programma. 

Modulo: L’architettura contemporanea si alimenta di icone ricorrenti che permeano talvolta più il pensiero del progetto e del costruito reale. Ambiente ed energia, involucro e schermature, la tecnologia si concentra sugli aspetti impiantistici e l’aspetto compositivo si rivaluta nel gioco formale di facciate ad alte prestazioni. La qualità costruttiva, grande conquista degli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso è un prerequisito, non più un obiettivo. Pensate che questa sintesi restituisca una raffigurazione reale del Fare Architettura oggi? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Penso che vi sia stato un momento nel quale la tecnologia abbia preso il sopravvento, che saper utilizzare un software significasse gestire anche un processo, per noi fare architettura contempla la possibilità di rinnovare un rapporto organico tra l’atto progettuale e costruttivo - la conoscenza indispensabile delle tecniche stesse. Diventa quasi necessario affrancarsi dall’equivoco contemporaneo della riduzione dell’architettura a “concept” proprio più del marketing che dell’attività di progettazione. 
Oggi fare architettura è spesso diventato fare incetta di robe altrui su internet e di replicare uno stile esistente. Quando abbiamo un nuovo progetto da fare evitiamo di andare a cercare referenze, riferimenti di altri architetti, progetti. Cerchiamo di essere più che possiamo noi stessi. Preferiamo problematizzare il discorso e far venire fuori la nostra sensibilità, le nostre idee il tutto attraverso le nostre competenze tecniche culturali. 

Modulo: Gli stimoli dell’ambiente sociale spingono nella direzione di costruire edifici a destinazione pubblica e con finalità sociali, housing sociale, scuole, residenze universitarie. In Italia si tratta di esperienze più annunciate che realizzate e in una pesante economia di risorse, tale da condizionarne, spesso, gli esiti. Quel è la vostra esperienza a riguardo nei paesi in cui lavorate? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Siamo specializzati in tre settori: abitazioni, scuole e spazi culturali. Oltre al nostro progetto per la galleria d’arte Farm abbiamo al momento in corso dei lavori per la mediateca del Musée du Quai Branly, per gli spazi pedagogici del Musée d’Orsay e l’ammodernamento delle sale d’esposizione del Centre Pompidou.  
Per gli alloggi, dopo un’ottima realizzazione di un edificio a Parigi (premio Inarch 2014, esposto alla Biennale di Venezia 2014), adesso stiamo lavorando molto nel privato, ma continuiamo a partecipare a concorsi anche nel pubblico. Gli studi che prima concorrevano per progetti da 20 milioni ora fanno quelli da 10 milioni: è un momento di ridimensionamento un po’ dappertutto, anche in un paese come la Francia che ha un sistema di concorsi eccellenti e ineguagliato altrove. 
Per quanto riguarda le scuole: chiudiamo ora il cantiere di Canteleu, un edificio interamente in legno e cominciamo un altro cantiere a Saint Ouen l’Aumone entro la fine dell’anno. Cominciamo anche il preliminare della riqualificazione di un asilo a Parigi per il comune. Il vero tema che riteniamo debba essere discusso oggi è quello del co-dividual, ovvero come portare il pubblico nel privato. Sono convinto che c’è più bisogno di socialità, necessitiamo di maggiori luoghi di incontro. 

Modulo: Voi riuscite a utilizzare componenti o materiali di riciclo per le vostre realizzazioni. Sotto il profilo normativo quali sono le indicazioni? Esiste una componente vincolante nei Capitolati, almeno per le Opere a committenza pubblica? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Complesso e non così popolare in Italia, il tema del riuso e del riciclo dei materiali è fortemente raccomandato dalle indicazioni comunitarie. È un argomento che ci interessa tantissimo, anche se l’abbiamo affrontato in alcuni workshop, dove abbiamo affrontato il tema del riciclo della plastica, e nel sistema X.me, la libreria progettata per Myop totalmente smontabile e reversibile, ma a livello architettonico non abbiamo ancora utilizzato materiali riciclati. Le normative sono troppo stringenti per permettere di sperimentare nel reale. Impensabile di fare delle architetture alla Wang Shu per capirci. 

Modulo: Il tema della rigenerazione urbana vi ha visto protagonisti nella straordinaria esperienza di Farm Cultural Park a Favara. Con questo progetto siete stati tra gli studi selezionati per la Mostra al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia in corso. Si tratta di un’esperienza d’eccezione a committenza privata. Come interpretate il tema del recupero degli spazi degradati e delle periferie in ottica di intervento pubblico? Quali differente tra la progettualità e l’operatività italiana e quella degli altri Paesi in Europa? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Il progetto di Favara nasce da una iniziativa privata che ha messo in crisi la politica, incapace di stare dietro alle necessità di cambiamento del progetto della Farm. È chiaro però che un privato può fare fino a un certo punto e solo dove il privato ha capacità e desideri mecenatismo. Altrimenti è il pubblico che deve farsi carico delle istanze di recupero sua del degrado sia delle periferie, ma il nostro paese non ha più una vocazione di stato culturale, ovvero di stato che investe in cultura e bene comune. In Europa, la Francia rimane ancora un paese dove la cultura è un valore, ma comincia a conoscere anche qui dei tagli. In Giappone, si sta facendo tutta una riflessione sul come permettere alle persone che vivono in zone remote di non essere abbandonare a loro stesse e di continuare ad essere comunità. Come esempi la Triennale di Echigo Tsumari, la mostra House Visions che si pone domande su cosa sarà la casa di domani. Vien fuori un ritratto di nuove comunità di nomadi migranti piuttosto che di persone che stanno insieme perché consanguinee. 

Modulo: Per uno studio la partecipazione ai concorsi è elemento di distinzione e visibilità. Investimento economico importante che impone di “vincere” con la frequenza minima di 1:5? 1:7? Quanto è complessa la gestione dello studio professionale oggi? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Partecipiamo a tante gare, partecipiamo a concorsi, cerchiamo di portare a compimento i lavori che abbiamo con la massima qualità, corriamo dietro a tante cose che oggi la professione ci richiede come pure di aggiornare le reti sociali e fare parte di network. Gestire uno studio professionale è difficile perché dopo che si è vinto un progetto cominciano contratti e burocrazia: si innescano conti alla rovescia per ogni fase contrattuale e si deve correre. Non resta tempo per sperimentare, fare ricerca o provare nuove cose diventa un lusso. La managerialità di gestione è importantissima: soltanto capitalizzando le esperienze precedenti riusciamo a ottimizzare i nuovi progetti. Uno studio che passa troppe ore sulle fasi di progetto on guadagna, ma ci rimette, vi è un giusto equilibrio da tenere e un monte ore da rispettare. Avere abilità significa riuscire ad andare alla gara d’appalto con le imprese in tempo e portare un cantiere in porto in tempo senza ritardi. 

Modulo: Il tema delle alleanze, LAPS ha lavorato con MAB Arquitectura, è una leva competitiva forte quando si partecipa ai concorsi? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Il tema delle alleanze con altri studi è importante nell’ottica della partecipazione a concorsi di livello e valore economico superiori al proprio vissuto professionale. In Francia i meccanismi di emanazione dei bandi e di selezione dei candidati sono diversi da quelli italiani. I concorsi sono aperti alla partecipazione, ma la selezione avviene sulla base dei CV e delle referenze, sostanzialmente sul portfolio presentato dai candidati. Agli studi selezionati, di solito cinque, viene riconosciuto un rimborso spese, stimato in proporzione all’entità dell’opera, alla superficie messa a progetto. A seconda del profilo e delle referenze gli studi partecipano a concorsi compatibili alla propria potenzialità. Noi partecipiamo a bandi di importa tra i 5 e i 10 milioni di euro. Per concorrere a bandi che superino questa stima, ci “alleiamo”, creiamo un’aggregazione ad hoc con altri studi, nello specifico con MAB Arquitectura, colleghi dai tempi dell’università. Insieme possiamo ambire a progetti di dimensioni maggiori, abbiamo una maggiore forza sia nel momento competitivo, sia eventualmente nella gestione successiva del progetto, in caso di aggiudicazione del lavoro. Non è vincolante avere lo studio in Francia, perché si tratta di concorsi rivolti al mercato pubblico europeo, tuttavia resta un titolo preferenziale, legato alla rete di relazioni che si creano. Per le alleanze con gli studi di ingegneria, le dinamiche sono diverse: c’è una sorta di “nazionalismo” sulle società di ingegneria, anche per la conoscenza delle regole e della normativa locale.  

Modulo: La “territorialità” che è una caratteristica tipica del costruire ha ancora un senso per la professione di architetto? E come si supera conservando il rispetto per i luoghi? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Credo che concetto e contesto sia una dicotomia che si rinnova ad ogni progetto. Conta di più un’idea che dà forma a un luogo o un luogo che influenza un’idea di progetto= New York è stata disegnata grazie ad un piano astratto e oggi è una potente capitale del mondo. Eero Saarineen col TWA e Jorn Utzon con l’Opera di House affidano a un’idea forte il loro gesto architetturale che oggi definisce quei luoghi interpretando una realtà ritenuta eccellente. Il nostro progetto per il Patronage Laique teneva conto del contesto e oggi hanno demolito i palazzi che gli stavano attorno. Il progetto per Favara ha attorno delle rovine che abbiamo deciso di proporre tutte bianco in contrasto all’esistente. Ci piace ascoltare i luoghi: a volte essi ci dicono che sono disponibili a volte ci chiedono la nostra disponibilità. Sicuramente bisogna mettersi in ascolto, ma la ricetta ideologica precostituita non ce l’abbiamo e non ci crediamo. Da ultimo il dettaglio costruttivo rimane ancora un elemento distintivo della buona architettura, ricorrente nella storia. 

Modulo: Come si arriva a costruire con un alto livello di cura nei dettagli? 

S. J. Liotta, F. Louyot: Fabienne ha lavorato anni in Portogallo dove tutto è dettaglio, io sono stato in Giappone dove tutto è dettaglio. In Francia, del dettaglio non riescono a tenere conto perché va tutto troppo veloce, si punta al ribasso, non si riesce a disegnare su misura se non a costi spropositati. Ma noi crediamo che il dettaglio sia un capitolo fondante della professione architettonica. 

Pubblicato su Modulo 403, Ottobre 2016
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Progettista: LAPS ARCHITECTURE
Categorie: Architettura