La regolamentazione delle Professioni secondo la UE

Da tempo la Commissione europea ritiene che un’appropriata regolamentazione delle professioni possa giocare un ruolo nello stimolare la crescita dell’occupazione e la mobilità del lavoro tra Stati e tra professioni, con possibili effetti positivi sull’andamento dell’economia. Se da una parte si constata che la regolamentazione possa avere effetti positivi, per esempio garantendo minimi livelli di qualità, dall’altra si nota come possa anche causare aumenti dei prezzi, minore utilizzo di certi servizi e minore occupazione. A Bruxelles aleggia la convinzione che esistano ancora ingiustificate barriere all’ingresso e restrizioni non necessarie alla pratica di alcune professioni.
L’obiettivo per i prossimi anni è dunque valutare la giustificazione economica della regolamentazione esistente. La Commissione vuole indurre gli Stati membri a confrontarsi sul tema, studiando i modelli di regole adottati nei diversi paesi. Nel far questo, ci si domanda se l’attuale regolamentazione sia proporzionata all’obbiettivo che intende raggiungere, o se invece le restrizioni introdotte siano eccessive.
In una prima fase (entro marzo 2014), gli Stati membri dovranno esaminare la propria regolamentazione e descrivere dettagliatamente le regole di accesso e di pratica delle professioni. Si tratta di un esame globale che coinvolgerà i settori più diversi, dalle costruzioni a trasporti, turismo, intrattenimento, salute, grande e piccola distribuzione. Nella seconda fase, la Commissione organizzerà incontri tra i rappresentanti degli Stati membri per valutare e confrontare le differenze esistenti. A questo punto, la Commissione chiederà agli Stati di preparare un documento in cui si illustrino i cambiamenti in atto o in programma. La seconda fase si dovrebbe concludere entro il 2015. In fine, nella primavera del 2016, la Commissione proporrà a sua volta, ove ritenuto necessario, cambiamenti o riforme. Non si esclude, a questo punto, l’apertura di procedure di infrazione ove gli Stati siano in violazione di direttive europee.
Le preoccupazioni della Commissione sembrano giustificate. Gli effetti della regolamentazione sono difficili da valutare se si prende come metro una qualche misura di benessere sociale, che includa cioè i vantaggi e gli svantaggi di chi presta (o vorrebbe prestare) il servizio e di chi lo consuma (o vorrebbe consumarlo). Sulla base di precedenti rilevazioni della Commissione, non sono solo medici, infermieri e insegnanti a essere soggetti a regolamentazione. Anche agenti immobiliari, agenti di viaggio, manicuristi, podologi, istruttori di golf, allevatori di api, scalpellini, meccanici, liutai, fabbricatori di busti e ceramisti sono professionisti soggetti a regolamentazione in almeno uno Stato europeo (se ne contano oltre 800 in totale). Non si può escludere che esistano buone ragioni per la regolamentazione di ognuna di queste attività, ma non si può che comprendere una certa perplessità da parte di chi cerca di guardare al fenomeno nella sua interezza.
La regolamentazione delle professioni europee è quanto meno eterogenea. Confrontarsi con questa eterogeneità potrebbe avere l’effetto di eliminare gli approcci più dogmatici. Prendiamo come esempio il mercato degli avvocati. In alcuni Stati europei (per esempio Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia,) molte attività tipicamente riservate agli avvocati possono essere svolte anche da non avvocati: L’appartenenza all’ordine professionale può dunque essere garanzia di qualità, ma non vi è obbligo di acquistare questi servizi da persone iscritte all’ordine. Non risulta che il mercato dei servizi legali finlandesi sia molto peggiore di quello di altri Stati, per esempio nel Sud del continente. Bisognerà prepararsi a un pragmatico confronto su questi temi, riconoscendo che esistono diversi approcci alla regolamentazione di uno stesso mercato.
TRE PRINCIPI DA RISPETTARE Gli obiettivi della Commissione sono ambiziosi e non mancheranno le difficoltà nel raggiungerli. Per prima cosa, gli Stati si dovranno impegnare nel censire non solo le professioni più note (per esempio, in Italia avvocati, notai e farmacisti) ma anche quelle meno conosciute, dagli psicologi alle guide alpine. Alcune professioni, come i tassisti in Italia, sono regolamentati a livello regionale o cittadino, creando oggettivi problemi per chi intenda raccogliere dati in modo sistematico.
Un secondo problema è costituito dalla scarsa abitudine di molte amministrazioni pubbliche europee ad argomentare su questioni tipicamente economiche. La Commissione richiederà di motivare l’attuale regolamentazione sulla base di tre fondamentali principi:
1. Non-discriminazione. Si tratta di garantire l’accesso alla professione di persone straniere o non residenti. Quando la regolamentazione è regionale o locale, il principio si applica non solo alla mobilità tra Stati, ma anche tra regioni o città.
2. Giustificazione (sulla base di importanti ragioni di interesse generale). A questo proposito bisognerà cimentarsi con il concetto di interesse generale ed entrare nel merito delle inefficienze che richiedono specifici interventi del regolatore. Quello che la Commissione intende per interesse generale sembra avvicinarsi molto al concetto di benessere sociale usato dagli economisti.
3. Proporzionalità. Agli occhi della Commissione, ogni intervento del regolatore deve avere un preciso obiettivo di interesse generale. La regolamentazione non deve andare oltre quanto strettamente necessario per raggiungerlo.
Il secondo e terzo principio richiederanno uno sforzo inusuale da parte dell’Italia nell’usare appropriate argomentazioni economiche ancor prima che giuridiche. Potrebbe essere dunque necessaria l’analisi di dati e statistiche, cosa ancora rara nel dibattito sul tema in Italia. L’esame della proporzionalità richiederà anche di entrare nel dettaglio delle numerosissime regole per la pratica delle professioni, come quelle sull’utilizzo della pubblicità (oggetto di recenti riforme in Italia) o sulla presenza di soci di capitale.
In conclusione, l’iniziativa europea potrà gettare un po’ di luce su un argomento spinoso (e ancora troppo poco studiato). Difficilmente la Commissione potrà obbligare gli Stati a cambiare le proprie regole contro la loro volontà, se non in casi estremi. Tuttavia, lo spostamento dell’attenzione sugli effetti globali della regolamentazione non può che essere applaudito dagli economisti, che da lungo tempo hanno notato come gli interessi di consumatori, lavoratori nella professione, lavoratori fuori dalla professione e giovani in cerca di lavoro spesso trovino rappresentazione molto diversa quando si tratta di stabilire le regole sul mercato del lavoro. Marco Pagliero - http://www.lavoce.info/professioni-sotto-esame/