Pubblicato il 21 aprile 2017

Intervista a Federico Pompignoli, project leader di OMA per la fondazione Prada a Milano

La nuova sede di Milano della Fondazione Prada, progettata dallo studio di architettura OMA, guidato da Rem Koolhaas, espande il repertorio delle tipologie spaziali in cui l’arte può essere esposta e condivisa con il pubblico.
Caratterizzata da un’articolata configurazione architettonica che combina edifici preesistenti e tre nuove costruzioni (Podium, Cinema e Torre), è il risultato della trasformazione di una distilleria risalente agli anni dieci del Novecento. Nel progetto OMA coesistono quindi due dimensioni: l’opera di conservazione e l’ideazione di una nuova architettura che, pur rimanendo distinte, si confrontano in un processo di continua interazione. 
Situata in Largo Isarco, nella zona sud di Milano, il complesso si sviluppa su una superficie totale di 19.000 metri quadrati. La torre, in via di completamento, sarà aperta al pubblico in una fase successiva. 

Modulo: Come nasce l’idea di un cinema – auditorium nel centro della Fondazione Prada? 

Federico Pompignoli: All’inizio del progetto, Prada ci aveva chiesto di far sì che un edifico fosse destinato, dal punto di vista del programma, a cinema, in quanto la Fondazione possiede una collezione molto bella di pellicole originali in 35 mm. La richiesta era proprio quella di far sì che all’interno di questa sorta di cittadella dell’arte ci fosse anche un edifico che avesse come funzione principale quella del cinema. 
Avevamo deciso di posizionarlo dove lo vediamo ora, cioè in un edificio esistente, in quanto fra tutti era quello che secondo noi meglio si confaceva a questa funzione. Durante i lavori, però, l’edificio esistente è collassato. Abbiamo quindi deciso di ricostruirlo mantenendo le stesse proporzioni e dimensioni e in parte anche la stessa tipologia di finitura e caratteristiche esterne. Nella Fondazione Prada sono presenti edificio nuovi, edifici esistenti e anche una sorta di falso storico. Il concept di questo progetto è stato guidato fondamentalmente da un programma funzionale e non da aspetti estetici; l’edificio esistente funzionava perfettamente ed era nella posizione giusta, secondo noi, per ospitare quella funzione, quindi non c’era motivo di aggiungere né di togliere qualcosa rispetto all’originale crollato. Per noi è una sorta di dimostrazione del fatto che l’esistente era perfettamente coerente con il programma funzionale. 

Modulo: Questa coerenza degli edifici rispetto al programma si riflette anche nella loro posizione? Come si relazionano gli edifici tra loro e con gli spazi pubblici? 

Federico Pompignoli: L’importanza dell’edificio del cinema è dovuta anche alla relazione che instaura con la galleria espositiva del podium e con lo spazio aperto. Non a caso nel disegnare l’edifico del podium abbiamo mantenuto uno spazio aperto più largo tra i due blocchi, che assume una configurazione simile ad una piazza, rispetto agli altri spazi in sequenza, che assomigliano molto di più a dei passaggi. 
Lo spazio aperto è fondamentale in questo progetto, perché non tutti gli edifici sono fisicamente collegati tra loro, quindi da un punto di vista prettamente museale questi spazi consentono infinite possibilità di connessione rispetto ai musei tradizionali, dove la sequenza di solito è composta da bar – foyer – biglietteria – percorso museale – ritorno all’ingresso. 
La Fondazione Prada è un caso particolare di museo, in cui le connessioni tra i vari spazi espositivi passano necessariamente attraverso gli spazi aperti. Lo spazio aperto diventa a sua volta luogo espositivo al pari di qualsiasi altra galleria, ed è per questo che noi lo consideriamo un luogo da programmare come spazio espositivo a tutti gli effetti. 

Modulo: Di conseguenza gli edifici si aprono sullo spazio aperto, esatto? 

Federico Pompignoli: Sì, considerare lo spazio aperto come spazio espositivo ha comportato l’aggiunta di una componente meccanica agli edifici sotto forma di “by folding doors”, cioè grandi aperture di 10 metri di lunghezza per 5 di altezza. Su ciascun lato lungo del cinema sono presenti 3 portoni identici di queste dimensioni, che permettono di mettere in comunicazione l’interno con l’esterno. Il cinema, grazie a questa componente meccanica, si trasforma. Più che un cinema possiamo definirlo un transformer dal punto di vista architettonico. 

Modulo: Come cambia, una volta aperto, l’interno dell’auditorium? 

Federico Pompignoli: La platea, che è in curva di visibilità e quindi scende rispetto al livello della piazza, può essere chiusa mediante una struttura leggero di vetro resina che abbiamo progettato, che si inserisce in ancoraggi predisposti sotto alcune sedute della platea. Il fatto di aver concepito una struttura leggera consente di trasformare l’auditorium in tempi rapidi: ci vogliono circa due giorni di lavoro senza la necessità di installare un cantiere vero e proprio. Chiudendo la platea si apre un ventaglio di possibilità di utilizzo pressoché infinito: galleria espositiva a sua volta, stage rispetto alla piazza con i portoni aperti – la piazza diventa platea e lo stage diventa cinema – ecc. 

Modulo: Una volta aperto su ciascun lato il cinema diventa un edifico completamente permeabile. Anche gli altri edifici hanno caratteristiche simili? 

Federico Pompignoli: Da un punto di vista architettonico gli spazi chiusi e aperti sono posizionati in una sequenza ritmata, ma parallelamente, dal punto di vista visivo, c’è una permeabilità assoluta del progetto. La galleria espositiva è principalmente vetrata, al netto degli allestimenti che ospita; il cinema, nella configurazione aperta, diventa totalmente trasparente; anche l’edificio dietro il cinema ha due grandi occhi vetrati. Quindi visivamente è possibile attraversare l’intero complesso, fino ad arrivare alla torre in costruzione. Questo fa parte di una condizione trasversale al progetto, ovvero quella dell’ambiguità, che in questo caso assume un’accezione positiva: gli spazi sono divisi fisicamente ma connessi visivamente, in modo tale che tutto il progetto possa considerarsi un unico elemento. 


L’intervista completa pubblicata su Modulo 406, Marzo/Aprile 2017