Pubblicato il 30 gennaio 2018

Incontro con Claudio Lucchin, CLEAA – Claudio Lucchin & Architetti Associati

Modulo: Il NOI Tech Park di Bolzano sorge su un’area di 120 mila metri quadrati, un tempo occupata da una fabbrica di alluminio, testimone di archeologia industriale degli anni Trenta. Come vi siete rapportati alla storia del luogo? 

Claudio Lucchin: Le aree della “ex Montecatini”, nella vecchia zona produttiva di Bolzano, sono brani di storia industriale rimasti quasi intonsi nel tempo. Era stato Mussolini, per italianizzare il sudtirolo, a imporre la costruzione di alcune grandi fabbriche in città. La “Montecatini”, tra il 1934 e il 1939, era stata la prima azienda ad insediarsi, poi sarebbero venute la Lancia, le acciaierie Falck e la fabbrica di Magnesio. Nel secondo dopoguerra era diventata la più grande fabbrica di alluminio d’Italia, anche grazie alle molte centrali idroelettriche esistenti in provincia, capaci di fornirla di tutta l’energia necessaria per le due linee del “primario”. 
La grande qualità architettonica delle preesistenze ha obbligato noi progettisti ad un rispettoso confronto con esse portando, da un lato, alla creazione di un nuovo edificio che riprende, in chiave avveniristica, i segni dell’antica fabbrica ormai smantellata e dall’altro al rispetto ei volumi interni delle vecchie centrali di trasformazione della corrente, pur concependo un’occupazione degli spazi fatta di volumi sospesi e/o staccati dalle pareti perimetrali storiche, per meglio individuare l’inserimento di progetto rispetto l’esistente. 

Modulo: avete dovuto effettuare bonifiche o operazioni particolari prima di cominciare i lavori? 

Claudio Lucchin: Tutti i terreni del comparto industriale erano fortemente inquinati, ma tutte le operazioni di bonifica sono state svolte in anticipo rispetto all’inizio dei lavori. Durante il cantiere sono state attuate piccole e contenute bonifiche per resti di amianto e per residui di idrocarburi dovuti alla presenza di vecchie cisterne interrate. 

Modulo: Ci sono stati nodi tecnici o strutturali rilevanti che avete risolto? 

Claudio Lucchin: Dal punto di vista strutturale oltre al rinforzo di alcune strutture esistenti per adeguarle alle attuali normative e ai nuovi carichi, visto anche il degrado dei cementi armati storici, abbiamo dovuto affrontare due problemi tecnici di non facile soluzione: il primo riguarda l’inserimento di una nuova struttura in acciaio all’interno di un reticolo preesistente di travi e pilastri nella centrale BZ1 per la sospensione di cubi/ufficio in legno e vetro. Il secondo è relativo al recupero di altezza del piano interrato della centrale BZ2, procedendo con il taglio dei pilastri storici, alla loro parziale demolizione, allo sprofondamento delle fondazioni e alla loro ricostruzione con relativo rinforzo strutturale; il tutto sostenendo puntualmente l’edificio con cavalletti in acciaio per evitare cedimenti che avrebbero danneggiato gli altri piani e le facciate storiche. 

Modulo: È stata aperta solo una porzione delle strutture, circa il 30% dell’intero progetto. Quando è prevista l’apertura dell’intero hub? 

Claudio Lucchin: A ottobre 2017 è stata ultimata e aperta la parte del NOI Tech Park destinata ad accogliere i Centri di Ricerca pubblici, insediata su un’area di circa 2,8 ettari, mentre il piano di sviluppo dell’intero comparto prevede anche l’insediamento di aziende private e altri Istituti di Ricerca, con un cronoprogramma distribuito su un arco temporale di almeno dieci anni. 

Modulo: Il progetto ha ottenuto la certificazione LEED ND V4: Plan Gold. Il raggiungimento di standard sempre più elevati rappresenta un ostacolo o una sfida? Corrisponde a un costo più elevato? 

Claudio Lucchin: Avere elevati standard di sostenibilità, anche energetica, più che una sfida è una necessità. Ormai tutti gli edifici, a maggior ragione quelli pubblici, devono essere progettati “nZEB”, edifici a consumo zero e alta efficienza; devono rispettare i criteri minimi ambientali, consumare poco e, magari, costare anche poco. Il nostro complesso, in particolare i nuovi edifici, rispettano tali principi anche dal punto di vista economico: 270 euro a metro cubo o 1.600 euro a metro quadrato mi sembrano costi più che accettabili per avere edifici efficienti e di grande qualità. Spesso, per la qualità in architettura, è più un problema di idee che di costi. 

Modulo: Cosa rappresenta, per il territorio, questo progetto? 

Claudio Lucchin: Prima di rispondere alla domanda, vorrei brevemente ripercorrere la storia del sito degli ultimi anni. Con l’arrivo degli anni Settanta inizia il declino produttivo della fabbrica, che porta alla definitiva chiusura delle due linee del “primario” con i primi anni Novanta e l’acquisto dei terreni da parte della Provincia Autonoma di Bolzano. Nel 2004 vengono messe sotto tutela storico monumentale le due centrali di trasformazione elettrica e le palazzine fronte strada e parte il dibattito sul loro possibile utilizzo. Molti ne sostengono l’uso museale, soprattutto a fronte del grande successo della biennale d’arte europea “Manifesta 7” ospitata nella fabbrica nel 2008. Ma la Giunta provinciale, anche contro il parere di alcune categorie economiche, punta dritto verso l’idea del Polo della ricerca e dell’innovazione, capace di riunire in un unico luogo la liberta università di Bolzano e i vari centri di ricerca pubblici sparsi sul territorio (Eurac, Laimburg, CasaClima, Fraunhofer e altri). 
Torno alla domanda. A mio avviso, questa virtuosa decisione politica, oltre a permettere una grande opera di rigenerazione urbana, ha consentito la valorizzazione del lavoro e dell’intelligenza dei nostri giovani. Dove prima c’era il lavoro pesante si è insediato un centro di ricerca e di sviluppo delle nuove idee, sia per aiutare le piccole imprese a crescere, ma anche per mantenere sul territorio parte delle conoscenze e delle competenze che le nuove generazioni sapranno realizzare, minimizzando il rischio della delocalizzazione del sapere, che è insito nella logica della globalizzazione. Se per la ricerca e l’innovazione ci si affida prevalentemente alle aziende private, i vari territori rischiano l’impoverimento tecnico-culturale, ogni qualvolta un’azienda del luogo viene venduta o delocalizzata, mentre una struttura a carattere pubblico ha come impegno istituzionale quello di occuparsi degli interessi del proprio territorio.

Pubblicato su Modulo 411, Gennaio/Febbraio 2018