CONVERSAZIONE CON GIANCARLO MARZORATI - La casa e la città

Modulo: Prima del progetto, un pensiero e una trasformazione potrebbe essere il suo leit motiv. Quale il pensiero a monte della Casa Pluralista, non ancora realizzata?

Giancarlo Marzorati:
Nella nostra epoca il concetto di abitazione si è spesso ridotto ad una mera ripetizione della “ cellula” abitativa in senso seriale al fine di creare accorpamenti che all’esterno non hanno alcuna identità. La personalizzazione  avviene all’interno dell’abitazione ma questo aspetto non fa certamente “ architettura” restando confinato alla sfera privata e non partecipante alla trasformazione del contesto urbano.
Le nostre città , al di fuori dei centri storici ,sono per lo più composte da condomìni , grosse realtà volumetriche dove è difficile distinguersi e dove è difficoltoso attribuire un carattere specifico,  un’identità a quelle parti di città. Piattamente e inesorabilmente molti quartieri si susseguono l’uno all’altro confondendo chi li percorre.
Il prevedibile e ripetitivo schema produzione-consumo con cui l’architettura viene ridotta a puro strumento di consumo commerciale ha creato un periodo di recessione culturale dove l’architettura non è più  in quanto tale  rappresentazione, ovvero che dà forma a un’idea di spazio abitabile.
Il risultato di questo stato delle cose è lampante: al proliferare di costruzioni  in nome del consumo e commerciabilità s’intervallano  puntiformi e  appariscenti “landmark” firmati e privi di qualsiasi discorso sulla città che diventano solo spunto di dibattiti e chiacchiere  puramente culturali.
L’architettura è in quanto tale rappresentazione: essa dà forma a un’idea di spazio abitabile, ed è pertanto la rappresentazione di un’idea che possiamo definire“politica” della città.
Il progetto è un prodotto storicamente determinato che dialetticamente condiziona a sua volta il contesto in cui opera. In quanto congettura, germe di un’idea di città, il progetto si differenzia dal mero edificio in quanto non è solo parte della città, ma si pone, nei suoi confronti, come esempio. Pensiamo ad architetture come la cupola di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi a Firenze, il Belvedere di Bramante a Roma, l’Altes Museum di Schinkel a Berlino, l’Unité d’Habitation di Le Corbusier, la No-Stop City di Archizoom che alla città offrono soprattutto il loro carattere esemplare e non serialmente ripetibile.
Al di là di tante discussioni e dibattiti sull’architettura credo che ognuno di noi abbia le idee chiare su cosa vorrebbe per la propria abitazione ma soprattutto quello che non desidererebbe ovvero sostanzialmente perdere la propria identità come individuo .

Ma percorriamo brevemente  la storia dell’abitazione per comprendere meglio la realtà odierna: da quella della città greca ad esempio, dove manca il palazzo tipico di governi dispotici e monarchici e le case dei poveri e dei ricchi sorgono lungo le viuzze fianco a fianco distinguendosi solo per dimensioni e per gli ambienti interni e l’arredamento, a quella della civiltà romana dove inizia a diversificarsi in domus ed insula (quest’ultima  riservata alla massa della media e piccola borghesia e del proletariato).  Con questa abitazione  cominciano a delinearsi la tipologia del grande edificio a tre o quattro piani divisi in appartamenti dati in affitto e che contiene 200 abitanti circa e, a causa del fenomeno dell’urbanesimo sempre crescente, la necessità di sfruttare lo spazio e la speculazione edilizia (già allora!) da parte degli imprenditori che con bassa qualità costruttiva e con suddivisioni in alloggi sottodimensionati lucravano su inquilini ancor più poveri. L’amore per l’agricoltura e la ricchezza che da essa deriva crea poi anche la tipologia a Villa che è luogo di riposo e di svago ma anche centro di un’azienda agricola: pensiamo ad esempio in età repubblicana alle numerose ville  intorno a Tivoli, Alba, Anzio che le famiglie patrizie si costruiscono a seguito delle guerre vittoriose e degli accresciuti loro possedimenti terrieri. Passando sinteticamente attraverso il Medioevo dove le esigenze di difesa portano alla villa fortificata e quindi al castello, non certo però per la classe dei contadini che nella società feudale vivono in capanne di legno e paglia, si arriva al palazzo, pubblico o privato che sia (di proprietà di famiglie importanti) ma nel rinascimento  il tipo prevalente di abitazione per la piccola borghesia e il popolo è la casa unifamiliare a schiera . Nel 500 l’aumento della popolazione nelle grandi città, la graduale trasformazione delle zone verdi in aree fabbricabili fa nascere il problema degli alloggi. Facendo un rapido percorso in avanti, sarà la nuova classe emergente della borghesia legata alla nuova civiltà industriale ad abitare dimore rappresentative del nuovo stato sociale (villette) e al contempo grandi masse di uomini si sposteranno verso le metropoli, uomini  impiegati nella grande industria ,legata alla nuova economia e al nuovo capitalismo  , che di fronte alla carenza di sufficiente terreno urbano porterà a concetti di abitazione quali la “città radiosa” di Le Corbusier che pur nel nobile intento di verticalizzare gli edifici al fini di creare più spazio al piede degli stessi da destinare a spazi attrezzati e verde, porterà purtroppo successivamente  al dominio del parallelepipedo verticalista  dove si ammassano gli abitanti negli edifici certamente per poter avere spazio libero altrove, ma con alloggi-cubicolo che si mettono uno sull’altro.
Ma quanto sono ben accette le unità di abitazione da coloro che ne sono diventati gli abitanti?
Sino a che architetti e urbanisti concepiranno la casa come una macchina abitativa ed invece della città radiosa abbiamo cumuli di costruzioni casuali che ammassano gli uomini , e sino a che non si ha la piena consapevolezza  che la gente preferisce non sostare o non passare nei luoghi previsti da loro progettati per la “socializzazione”, spazi attrezzati con sculture ambientali, arredo urbano e marchingegni “artistici” che sono per lo più squallidamente deserti , questi tentativi di escogitare nuove macchine d’abitazione , panorami urbani e spazi di socializzazione rafforzeranno il fallimento dell’architettura.
Esistono comunque esempi, episodi che prima venivano citati come  progetti che  si differenziano dal mero edificio in quanto non sono solo parte della città, ma si pongono, nei suoi confronti, come esempi  e si citavano per questo esempi di architettura che alla città offrono soprattutto il loro carattere esemplare e non serialmente ripetibile.
Gli esempi che caratterizzano l’architettura contemporanea hanno come caratteristica preponderante la diversità di stili, linguaggi , orientamenti.
La scena attuale è contraddittoria, ricca, sconvolgente. Alcuni critici affermano che le attuali tendenze possono essere raccolte sotto la comune denominazione di pluralismo moderno.
I linguaggi si mescolano e la nuova architettura da un lato sembra cercare una totale autonomia partendo da comuni premesse, per esprimere volutamente un contrasto, mentre dall’altro sembra raccogliere personalità diverse in un’unica logica con lo sguardo rivolto anche alla tradizione e con l’arduo compito di creare il dialogo con il contesto urbano, dai vuoti urbani come le periferie abbandonate, ai tessuti ormai consolidati quali la città storica pluristratificata. Inoltre, nell'era dell'immagine anche l'opera architettonica deve adeguarsi alla competizione visiva e cioè deve essere capace di attrarre. Compito assai arduo ma  in taluni esempi riuscito senza perdere di vista la funzionalità essenziale di quell’ architettura.

Questa lunga premessa per spiegare che a monte del progetto della Casa Pluralista, non c’è vezzo architettonico: l’idea è anche quella di offrire spunto non solo alla personalizzazione con le necessarie attenzioni agli aspetti gestionali di risparmio energetico, di esposizione opportuna degli ambienti rispetto l’asse termico, di sfruttamento con la geotermia di fonti energetiche rinnovabili, ma altresì alla proponibilità di un concetto nuovo di utilizzo interno.
Al taglio tradizionale dell’alloggio si sostituisce uno spazio abitativo che può adattarsi maggiormente anche a chi vive perlopiù fuori e vive la propria abitazione nel solo tempo disponibile quotidiano e comunque vi svolge attività anche legate a tutto ciò che è tecnologia e che richiede spazi di natura più flessibile e meno legati ad uno schema rigido quali quelli tradizionali con gli ambienti delimitati. Un ambiente domestico, opportunamente progettato e tecnologicamente attrezzato, il quale mette a disposizione dell'utente impianti che vanno oltre il "tradizionale", dove apparecchiature e sistemi sono in grado di svolgere funzioni autonome o programmate dall'utente .
La fattibilità è subordinata alla realizzazione di una struttura “generica” di sostegno degli impalcati e di collegamenti verticali e di libertà totale al piano dove ciascuno realizza la propria casa in tutta libertà.
Con la “casa pluralista” si vuole attribuire  quella che forse è la caratteristica più importante dell’architettura  che spesso è carente di tale aspetto: il senso di “appartenenza” della gente ad una struttura urbana che diventa così “ piacevolmente abitabile”.