Pubblicato il 10 ottobre 2016

Architettura come condivisione, incontro con Édouard François

Édouard François è uno dei maggiori esponenti della Green Architecture, quella forma espressiva che nasce da uno stretto legame tra l’opera architettonica e il contesto naturale e sociale di appartenenza, creando forme che migliorano la qualità della vita dell’uomo e gli spazi pubblici. In un recente incontro, organizzato da Ute Oberrauch presso la Fondazione Architettura Alto Adige a Bolzano, l’architetto François ha raccontato la sua opera: appariscente, simpatico, estroverso, espressivo, usa un linguaggio architettonico provocante e metaforico. 
Dietro a questa eloquenza architettonica c’è una decisiva volontà di sostenibilità, un forte radicamento al contesto in cui si insedia, un’attenzione al dettaglio e alla matericità delle opere. 
Tre sono sostanzialmente gli aspetti centrali nel suo progetto di architettura: la dimensione tecnica, economica e giuridica; la creatività e l’attenzione per il contesto; la riflessione sull’uomo e le sue esigenze. 
La sua attività si estende in tutta Europa, privilegiando funzioni che hanno un forte carattere sociale, come il social housing, gli alberghi, l’edilizia scolastica, i centri commerciali, il recupero della storia e la rigenerazione urbana a scala urbanistica. anche qui si vede un’attenzione particolare per il rispetto degli aspetti geografici, climatici, storici e sociali di una città: la critica lo ha riconosciuto come esponente di uno stile che nasce dal connubio tra “esprit francese” e “sostenibilità tedesca”, tanto da essere nominato un eloquente cerimoniere dell’eco-barocco (Oberrauch, 2015). 
Nei progetti di riqualificazione e di rigenerazione urbana una sorta di “urban collage”, basato su un’architettura “camaleontica” che riprende l’estetica dell’architettura storica, utilizzando materiali innovativi e creando sovrapposizioni e sconvolgimenti tipologici. Lui stesso parla di un edificio in continuo divenire, che si trasforma in base alle esigenze dell’uomo: “Un edificio modificabile come una favela moderna” (François, 2015). 

Modulo: La sua architettura è fortemente legata al contesto in cui si insedia. Qual è il rapporto tra l’architettura parigina e la sua opera? 

Édouard François: in realtà non molto. Sono nato a Parigi e vivo qui da sempre. Sempre a Parigi ho condotto i miei studi universitari presso l’Ecole Nationale des Beaux-Arts e L’Ecole Nationale des Ponts et Chaussées, due storiche istituzioni francesi. A parte questo, direi che la mia opera è influenzata dall’architettura del mondo intero, proprio perché il mio stile si sviluppa cercando di creare una connessione e una continuità con il contesto culturale e sociale in cui si insedia. Ora, la mia progettazione è influenzata in particolare dal mix culturale tipico di Londra, dove insegno presso l’Architectural Association. 

Modulo: Nei suoi dibattiti critica spesso il green washing e l’architettura che si ispira alla natura in modo superficiale. Cosa intende lei per Green Architecture? 

Édouard François: Sono contrario all’architettura organica, in modo particolare all’architettura parametrica, che trovo veramente noiosa perché completamente slegata dalla realtà. Si tratta di una forma espressiva puramente decorativa, che usa il calcolo matematico come strumento per creare un rapporto con la natura. Ovviamente, in questo modo non si può creare un rapporto con la natura, perché risulterebbe mediato da formule e calcoli matematici. L’architettura parametrica non è connessa con contesti geografici e climatici specifici e, spesso, è molto costosa. Si tratta di un’architettura “banale”, mi perdoni il termine, dal punto di vista naturale. Se dovessi dare una definizione di green washing direi che si tratta di “quella forma espressiva realizzata da chi capisce che è necessario porre una certa attenzione verso gli aspetti ambientali e cerca di seguirne il movimento in modo superficiale, senza capire verso quale direzione si sta andando!”. 
Al contrario, la Green Architecture è basata sull’uso di forma semplici, quasi elementari, strettamente legate all’uomo e ai materiali utilizzati nel corso della storia. Dal mio punto di vista, è necessario recuperare questo rapporto quasi “primitivo” con la natura. È necessario bloccare “il progresso della banalità e della superficialità”, creando una rottura con queste forme espressive. Bisogna invece creare uno stile innovativo e creativo che segua il continuo progresso della società.  

Modulo: Cosa significa questa affermazione in pratica? Quali sono le strade da percorrere per creare questo stile innovativo e creativo capace di seguire in modo dinamico gli aspetti culturali, economici e sociali? 

Édouard François: All’origine, il Movimento Moderno di Architettura era fortemente legato all’umanità, all’idea e al contesto sociale di appartenenza. Era dotato di un forte “senso”, oltre che di una continuità storica cercata proprio nella rottura con il passato e nella volontà di sperimentare nuovi sistemi, materiali e tecnologie. In pratica, era l’espressione di un periodo storico specifico. È possibile fare un paragone con la cucina: i primi libri moderni spiegavano le tecniche di cucina moderna per semplificare la vita quotidiana, introducendo il cibo in scatola, l’utilizzo di forni e cucine a gas… Questa generalizzazione, con il passare del tempo, ha creato una certa uniformità nel modo di cucinare che diventa sempre più internazionale, on materie prime di provenienza non locale, legato alle possibilità offerte dalla tecnologia, ma slegate dalle variabili stagionali, geografiche, ecc., lo stesso vale per l’edilizia. 
Nel corso del tempo, l’Architettura Moderna ha perso il legame con l’epoca storica e l’ambiente geografico di appartenenza, diventando sempre più manieristica. Gli edifici potevano essere costruiti ovunque e diventavano mera espressione del sapere tecnologico e dell’internazionalità, perdendo ogni legame con il clima, le risorse locali, i materiali disponibili. In poche parole, si perse questo rapporto di scambio energetico tra l’edificio e il luogo in cui esso si insedia. Lo stile moderno è stato ripreso dall’architettura parametrica, nonostante fossero cambiati i bisogni e le caratteristiche della società. È necessario trovare una nuova forma del costruire che sia espressione di un nuovo concetto di “sostenibilità” in modo concreto. Se il tradizionale concetto di sostenibilità è collassato con la crisi economica, bisogna trovare nuove strade che però non siano puro “facciatismo” (il green washing) o espressione di una moda (la fashion sustainability). Le parole chiave d questo modo di operare devo essere: umanità: buon senso ed economicità. 

Modulo: Spesso parla di “senso” del costruire. Ma che cosa significa esattamente? 

Édouard François: Dal mio punto di vita significa “saper riflettere sulle problematiche specifiche di un momento e di un luogo”. Il contesto è fondamentale per la costruzione, non bisogna edificare nello stesso modo in tutti i luoghi. Un contesto deve essere creato con l’ottimizzazione dell’uso dei materiali locali, clima, risorse naturali, energia, ma anche in continuità con la storia di un popolo. Siamo solo al primo livello della sperimentazione, esattamente come lo erano gli architetti agli albori del Movimento Moderno. Ora è importante dimostrare l’applicazione della sostenibilità con casi concreti, come cerco di fare ogni giorno con i miei progetti. 

Modulo: La critica architettonica per identificare la sua opera spesso parla di “agricoltura urbana” o di “rinaturalizzazione”. È d’accordo con queste definizioni? Ne avrebbe una migliore? 

Édouard François: Si, sono abbastanza d’accordo. Sto cercando di utilizzare il verde e la natura per migliorare la qualità di vita dell’uomo. La biodiversità è fondamentale in questo senso. Per questa ragione creo edifici che siano ottimali non solo per l’uomo, ma anche per le piante e gli animali che in essi vivranno. 
Purtroppo, però mi scontro con la legislazione, perché non c’è ancora alcuna regolamentazione. Le prime facciate verdi, che risalgono a circa 20 anni fa, non erano capite da nessuno. Non c’erano dei regolamenti locali a cui potessi fare riferimento per la prevenzione incendi, la sicurezza, l’acustica. 
Addirittura, i tecnici locali per il primo progetto mi hanno detto che non erano in grado di giudicare l’aspetto estetico e di approvare la costruzione dell’edificio perché era nascosto dalle piante. Secondo loro, avrei dovuto tagliarle per permettergli di capire meglio il disegno della facciata! Sono stato il precursore di questo tipo di architettura! Mi definirei come: “un artista che usa l’architettura come mezzo espressivo”. 


L’intervista completa pubblicata su Modulo 402, luglio/agosto 2016
Categorie: Architettura