Pubblicato il 15 aprile 2019

Architetti, l’Italia è un Paese a tempo, serve un piano centrato sul riuso e sulla cultura della qualità delle costruzioni

Presentata al Fuorisalone una approfondita analisi commissionata al Cresme dal Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori.
Drammatici i dati che emergono. Tra gli altri: investimenti nelle costruzioni calati a livelli del 1967 e in opere pubbliche ridotti di 108 miliardi; un capitale edilizio sempre più obsoleto (oltre il 42% ha più di 50 anni); in zone sismiche 1,2,3, ricadono 9,3 milioni edifici; la condizione delle strade italiane è peggiore di quella di Cina e Turchia e di ogni altro Paese europeo; continua a non essere noto il gestore di metà dei circa 3mila ponti e viadotti italiani; insufficiente manutenzione del patrimonio edilizio; una rete idrica che perde il 41,4% della portata (era il 37,4% nel 2012); una rete ferroviaria cresciuta ad un ritmo nettamente inferiore rispetto agli altri paesi europei; una crisi demografica che svuota 3,2 abitazioni (come se Roma e Milano fossero vuote).

“Occorre ripartire – spiega Giuseppe Cappochin, Presidente del Consiglio Nazionale – da questi elementi per una nuova stagione politica che ponga al centro dell’azione pubblica la rigenerazione urbana da considerare come l’alternativa virtuosa alle espansioni incontrollate e all’ulteriore consumo di suolo. Servono linee nuove di risorse: non investimenti a pioggia ma un piano nazionale vero e proprio che finanzi progetti integrati di rigenerazione urbana portando a sistema i diversi livelli di risorse disponibili tra cui le agevolazioni fiscali. Un Piano caratterizzato da equità territoriale e inclusione sociale, sviluppo della cultura, della partecipazione e della “creatività collettiva” delle comunità locali; qualità dei paesaggi, degli ambienti urbani, dello sviluppo pubblico e delle architetture; riduzione del consumo di suolo agricolo e urbano, valorizzazione del territorio rurale e dell’agricoltura anche in ambito urbano e periurbano.

Per Cappochin, “prioritaria deve essere la cultura della qualità delle costruzioni: dieci anni di crisi profonda hanno avuto il pregio di generare nell’opinione pubblica una nuova sensibilità sotto il profilo della sostenibilità ambientale, sociale, economica, e del valore sociale ed economico della costruzione di qualità”.

“Per favorire la cultura della qualità delle costruzioni – conclude - serve che i progetti delle opere pubbliche vengano assegnati attraverso concorsi di progettazione in due gradi, aperti, in quanto unica modalità che risponde ai principi di trasparenza, libera concorrenza, pari opportunità, riconoscimento del merito, e che permette di selezionare il progetto migliore ribadendo la contrarietà degli architetti italiani ad una struttura pubblica di progettazione centralizzata, inevitabilmente foriera di modelli ripetitivi, estremamente limitativa rispetto alle potenzialità del progetto e, in ultima istanza, contraria all’interesse pubblico”.