Pubblicato il 22 giugno 2017

Apre il Serpentine Pavillion di Francis Kéré

Protetto da un baldacchino curvo che si estende sopra un tronco di delicate colonne di acciaio, il padiglione della Serpentine Gallery 2017 è un progetto dell'architetto Diébédo Francis Kéré, "dove le persone possono scegliere di raccogliersi o entrare in modi diversi".
Il padiglione si integra con gli ambienti della Galleria nei giardini di Kensington di Londra, ma è stato ispirato dai luoghi di ritrovo ombreggiati di un tipico villaggio nel deserto in Burkina Faso, dove l'architetto è cresciuto e dove continua a lavorare con il suo studio, basato a Berlino.
Con le sue pareti robuste e pesanti, sovrastate da un tetto strutturato a scheletro, il padiglione ricorda gli edifici della comunità africana per i quali Kéré aveva attirato l'attenzione quando era uno studente di architettura. E sebbene sia realizzato in un contesto molto diverso, traduce con successo le sue preoccupazioni per un "senso di apertura" (sense of openness), sia sociale che spaziale e sperimentale delle tecniche di costruzione impiegate.

"Experiment" è la parola chiave del programma del padiglione, lanciato nel 2000 per esporre opere costruite da architetti internazionali che non avevano ancora completato un edificio in Inghilterra. Il brief richiede il progetto di una struttura temporanea che dovrebbe coprire circa 3230 mq, ospitando una caffetteria e spazi per diversi eventi. Dal 2013 il progetto è stato portato avanti da figure consolidate (Frank Gehry, Zaha Hadid, Sanaa, per citarne alcuni), ad architetti emergenti, e la selezione di Kéré segnala una maggiore attenzione su architetture che catalizzino l'interazione sociale, in accordo con il direttore artistico della galleria, Hans Ulrich Obrist. I selettori sono stati particolarmente colpiti dalla "passione per la narrazione e il desiderio di convocazione" di Kéré, afferma il CEO della Serpentine, Yana Peel.

Tutti i componenti dell'edificio sono inseriti nella narrazione di Kéré, in particolare il tetto, che agisce sia per proteggere i visitatori sia per registrare e sottolineare i cambiamenti di luce e tempo. Formata come un cono invertito, è supportata da 28 tralicci sottili che sorgono da 14 colonne raggruppate in un reticolo di acciaio che forma un anello stretto, per definire un occhio al centro del padiglione. L'acqua piovana è incanalata attraverso questa apertura per formare una cascata al centro della struttura, dove è stata messa della ghiaia porosa per il drenaggio dell'acqua che viene convogliata in un serbatoio di 2400 galloni, utilizzato poi per l'irrigazione del parco.
Sotto il rivestimento in policarbonato traslucido, un brise soleil di sottili doghe di legno è disposto in anelli di pannelli triangolari di foglie di vite, che gettano ombre sulla superficie animate dalla luce naturale riflessa sul calcestruzzo del pavimento e sulle pareti autoportanti. Questi muri sono formati da 520 blocchi triangolari blu prefabbricati in legno. Gli angoli tagliati nel legno creano profili sfaccettati che donano alla struttura una variegata brillantezza, in modo tale da creare dei giochi di luce e ombra che animano la massa scure delle pareti. 
La luce e il vento possono passare attraverso le aperture e attraverso lo spazio più ampio esistente tra la copertura e le pareti, in modo tale che i visitatori, anche all'interno del padiglione, siano sempre a contatto con le condizioni climatiche. "Le pareti sono aperte", dice Kéré, "respirano". Di notte, il bagliore della luce elettrica che attraverserà questi spazi sarà un faro per i passanti che attraverseranno il parco al buio, "come un faro di luce", dice l'architetto, "un simbolo di racconto e unione".
Categorie: Architettura