Focus: CULTURA
Pubblicato il 19 febbraio 2019

(formazione) Spazi per la cultura polifonici

Per la progettazione degli spazi della cultura serve un complesso lavoro di regia: curatori, progettisti e consulenti scientifici, intervengono insieme, sempre più spesso, in quasi tutte le fasi del processo di ideazione di contenuto e contenitore.
Hanno fatto ormai il giro del mondo le lunghe file di visitatori che si dall’apertura della nuova sede di Starbucks aperta a Milano nello storico Palazzo delle Poste di piazza Cordusio. Un bel palazzo eclettico del 1901 dove per decenni ci si era messi in coda solo per dovere, soltanto se costretti, fosse per saldare una bolletta o dettare, quando ancora serviva, un telegramma.  
E che ovviamente nessuno, prima che la catena americana piazzasse un grande e lussureggiante bar – ma pur sempre un bar – in quei vecchi e burocratici 2.300 metri quadrati, aveva mai pensato di frequentare per piacere o per curiosità o persino soltanto per dire “io ci sono stato”. 
Volendo riassumere, un pellegrinaggio pieno di devoto entusiasmo per uno spazio commerciale, la ressa per visitare la catena globale del caffè. Si tratta di un genere di file, di code, di pellegrinaggi, che si era fino a poco tempo fa soliti associare soprattutto a certi speciali luoghi di culto museali, a quegli spazi cioè dove l’aura magica di un’opera e di un manufatto o di una collezione unica e inestimabile, sapeva rappresentare un sacro magnete. 
Nel riflettere su cosa significhi oggi progettare un luogo della cultura, è interessante prendere in considerazione il caso dello Starbucks milanese osservando però insieme, dall’altra parte dello spettro, la veste contemporanea del Natural History Museum di Londra. Un’istituzione fondata nel 1881 che conserva ed espone qualcosa come 80 milioni di reperti nel celeberrimo edificio vittoriano di Kensington diventato archetipo per molte architetture di genere venute in seguito. 
E che però oggi, tra i pregiati scheletri di stegosauro vecchi di milioni di anni e dodo imbalsamati, ha provveduto a dotarsi di cinque tra bar e ristoranti ricavando tra le sale, piene di riferimenti a libri e gadget in vendita, ben quattro shop. Dunque, da un lato la beatificazione culturale del luogo commerciale che cerca così legittimazione, dall’altra la cultura in forma di mall che va a caccia di pubblico ed entrate. Potrebbe sembrare una visione dissacrante, la verità piuttosto è che all’interno degli esempi presi in considerazione si trova una radice di progetto comune che non svilisce ma anzi esalta sia la vocazione sia l’aspirazione comunicativa di entrambi gli spazi. 
Esiste cioè la possibilità di trovare un punto di sintesi quando la regia del progetto si concentra sulla qualità narrativa del luogo. 
Non più una teca deputata alla sola conservazione ma un sistema articolato e complesso di piani di lettura diversi che invitano il pubblico a diventare parte attiva di un diorama multimodale. Al centro, il protagonista è il visitatore, libero di muovere e personalizzare la propria storia tra le vicende dell’intreccio, libero di cogliere conoscenza ed esperienza dagli elementi dell’allestimento che la piazza trasparente del luogo di cultura offre in simultanea. Non si tratta di una semplificazione dei contenuti ma di un’evoluzione del linguaggio. Che pone una sfida – restando sul piano dell’architettura – di progettazione integrata. Nella consapevolezza difatti serva un complesso lavoro di regia, curatori, progettisti e consulenti scientifici, intervengono insieme sempre più spesso in quasi tutte le fasi del processo di ideazione di contenuto e contenitore. 
Fermo restando che alla fine l’architetto rimane il principale responsabile del delicato editing spaziale necessario a superare il vecchio racconto del museo biblico. È quello che, attraverso numero progetto sviluppati in questi anni sul tema, abbiamo in studio definito “museo polifonico”. Concentrandoci sulle potenzialità e qualità narrative dei luoghi e lavorando sulla costruzione di una relazione tra contenuti e visitatori abbiamo sviluppato chiavi di lettura diverse per coinvolgere pubblici anche molto differenti tra loro per età e interessi. In quest’ottica le sperimentazioni che abbiamo messo in campo a livello di impiego di nuovi materiali e/o tecnologie, piuttosto che le sperimentazioni con la luce e la dinamica, il testo e la leggibilità, hanno preso valore proprio nella definizione dei ritmi e tempi offerti dall’”editing spaziale” complessivo, che traslando dal mondo del cinema, definisce il montaggio dello spazio come sommatoria di sequenze di racconto e coinvolgimento. 
Non diventeranno mai pienamente virtuali i luoghi di cultura, comunque, anzi la loro forza starà proprio nella capacità di offrire l’incontro e la condivisione fisica come elementi fondativi dell’esperienza. 
Ma sempre più dovranno sforzarsi di andare incontro a un cambiamento radicale della percezione. Un tempo si studiava il museo prima di visitarlo, oggi ciascun pezzo della collezione è potenzialmente il soggetto di una storia in grado di dispiegare la ricchezza dei suoi contenuti e dei suoi riferimenti anche ad un pubblico allargato, il tutto attraverso un articolato e sotteso progetto di allestimento capace di offrire chiavi di lettura diverse. 
Un’innovazione radicale che sta cambiando strutture e modalità di approvvigionamento culturale per ciascuno di noi oggi e che potrebbe preludere anche a profondi cambiamenti dell’insegnamento scolastico, che proprio con questi luoghi potrebbe sperimentare una inusitata complementarietà, basti pensare che frattempo è stato rivoluzionato persino il modo che abbiamo di vedere, visitare, consumare un caffè. 

A cura di Ico Migliore, Migliore + Servetto Architects 

Pubblicato su Modulo 417, gennaio/febbraio 2019
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