Pubblicato il 9 giugno 2016

Le quattro r

È da molti anni che si parla del problema dei rifiuti e innumerevoli sono state le teorie, le conferenze, le proposte…, tra le quali la più convincente appare la regola delle “quattro R”: Riduzione dei rifiuti prodotti, Riuso (con la medesima o con diversa funzione), Riciclo (conversione in prodotti utili), Recupero (di altro tipo, per esempio produzione di energia). 
A sentirla così, nella sua estrema sintesi, che corrisponde a una grande efficacia comunicativa, sembra davvero la soluzione più logica che si possa prefigurare. Ma le prassi per attuare ciascuna di quelle “R” sono ben altra cosa e sono ben lungi non soltanto dall’essere pienamente operative ma anche dall’essere tutte definite (o - peggio – definibili?). Figuriamoci, poi, se parliamo di un settore multiforme e complesso come quello dell’edilizia (tanti i materiali presenti, altrettante le difficoltà di avere manodopera qualificata, costi sempre in crescita, problematiche intrinseche del cantiere, cronico ritardo nel recepire compiutamente le innovazioni…). 

Classificare i materiali 
Il problema dello smaltimento di particolari rifiuti edili individua come prioritaria una corretta classificazione di materiali e componenti, comprensiva delle istruzioni per ottemperare a qualcuna delle quattro “R” o per un corretto smaltimento. A fronte di una Direttiva Quadro sui rifiuti, già “vecchia” (2008/98/CE), che si pone soprattutto l’obiettivo di ridurre gli sprechi producendo risorse; di “sistemi” mai decollati (uno fra tutti: il Sistri, comunque più rivolto a seguire i rifiuti pericolosi a tutto tondo); di una Environmental Product Declaration (EDP), armonizzata a livello europeo (ma pare che la francese contrasti con quella europea); di un Product Environmental Footprint (PEF) delle grandi promesse ma non armonizzato; di una Construction Product Regulation (CPR), che l’Europa vuole obbligatoria per i nuovi prodotti immessi nel mercato dopo il 1° luglio 2013, di una grandissima attenzione verso i contenuti dei materiali edili, ma orientata quasi esclusivamente alle sostanze nocive; di procedere per valutare l’intero ciclo di vita già da tempo diffuse come la ben nota LCA (Life Cycle Assesment) o in fase di sviluppo, come l’ancora più virtuosa C2C (Cradle to cradle) che vuole seguire i prodotti dalla culla alla culla e non più alla tomba, nel sogno di una perenne trasformazione senza scarti; a fronte di tutto questo, insomma, la questione è ancora aperta e i tempo sono più che maturi per spingere legislatori e produttori a fare, presto, qualcosa: ma da chi conviene iniziare? 
Da un lato è evidente come una legge che – recependo, ampliando e articolando la CPR europea – rendesse obbligatoria la corretta ed esaustiva precisazione su tutti i materiali e componenti edili degli “ingredienti” e del cosa fare in caso di demolizione/dismissione, sarebbe un ottimo motore per far crescere l’eco-coscienza dei produttori, ma dovrebbe avere alle spalle studi sistematici e approfonditi, comprensivi di valutazioni costi/benefici (LCA, C2C) in cui si sia davvero tenuto conto di tutti gli oneri e di tutti i consumi energetici relativi a tutte le fasi dell’intero ciclo; dovrebbe anche prevedere premi per le aziende virtuose e sanzioni per quelle inadempienti, coniugate ad analoghe misure da applicare alle imprese costruttrici; infine prevedere le figure dei “controllori” (persone che possano effettuare periodiche verifiche). 
Dall’altro lato, allora, la soluzione migliore potrebbe (dovrebbe?) più realisticamente venire dal mondo industriale, che ha, per forza, il know-how per sapere come fare, quanto costa e cominciare in tempi brevissimi a etichettare i propri prodotti. 
In un’ottica propositiva, vorremmo concludere formulando qualche proposta e sollevando qualche quesito specifico per etichette efficaci, che possano fungere davvero come istruzioni per l’uso-riuso-riciclo-recupero. 
- Quali questioni andrebbero risolte a monte: meglio una descrizione scritta (in quali lingue? Quella del paese di produzione più l’inglese?) oppure i pittogrammi? (prevedendone di nuovi, magari meglio comprensibili dei molti ad oggi in uso, che non sempre sono così immediati come si vorrebbe… e comunque non sarà facile la rappresentazione grafica di sostanza, composti chimici, materia prime!); Con quale materiale si dovrebbero realizzare le etichetti, quanto durevole? E con quale inchiostro stamparle, indelebile per quanti anni? Con quale colla non nociva attaccarle? Con quale “frequenza” si dovrebbero apporre? Immaginando una copertura: su tutte le tegole (ma quanto costa una etichetta)? Su tre tegole a metro quadrato (ma forse si complica troppo il confezionamento dei pacchi) confidando poi nella buona legge del caso che le faccia capitare equamente distribuite? All’inizio e alla fine del rotolo di guaina oppure ogni metro lineare? E così via, si possono immaginare centinaia di situazioni. 
- Quali informazioni non possono mancare: la denominazione del prodotto e del produttore (compreso lo stabilimento); le materie prime, le sostanze, i composti presenti (non soltanto quelli pericolosi) magari, laddove ciò sia sufficiente, limitandosi alle macrocategorie; le potenzialità di riuso-riciclo-recupero (con eventuali istruzioni) o le modalità per il conferimento in discarica. 
Sembra facile, ma ciascuno dei precedenti punti richiede profonde riflessioni…in attesa delle soluzioni ci accorgiamo che la nostra penna è finita, non capiamo se è metallo o di plastica (quale?) e scopriamo con orrore che non sappiamo come smaltirla! 

Pubblicato su Modulo 401, giugno 2016
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