Focus: RESIDENZA

(formazione) Housing sociale: criticità e problemi

L’housing viene presentato come argomento nuovo, a cui bisogna dare risposta principalmente attraverso idee innovative e nuovi sistemi costruttivi. Il fiorire di idee, concorsi di architettura, progetti pilota ecc.. veicola un mesaggio estremamente pericoloso, ovvero che l’emergenza abitativa rappresenta un elemento di discontinuità con il passato, per il quale occorre sviluppare idee in grado di migliorare la qualità dell’edilizia sociale finora realizzata. La qualità architettonica sembra essere la parola d’ordine più in voga del momento, peraltro non definita in alcun modo ed in larga misura coincidente con i nomi di prestigiosi progettisti chiamati a nobilitare il tema. Di fatto, se si guarda agli esiti dei concorsi e/o dei progetti considerati come esemplificativi, non vi è assolutamente nulla di nuovo rispetto a quanto globalmente prodotto dall’ultimo dopoguerra ad oggi. Prevalgono operazioni di pura facciata, di cui l’unico elemento caratterizzante riguarda la pelle esterna degli edifici – che al loro interno rimangono del tutto identici a quelli costruiti in precedenza – esattamente con lo stesso metodo con cui da molti decenni lo star system dell’architettura è stato ingaggiato per valorizzare operazioni di sviluppo urbanistico a matrice commerciale. E’ bizzarro che nessuno sappia collegare il giudizio sempre positivo sulle prove d’autore più recenti con i paralleli articoli in cui si parla – male – dei quartieri ghetto delle principali città italiane. Chi sono gli autori dello Zen di Palermo, del Corviale a Roma, delle Lavatrici a Genova, del Pilastro a Bologna?
La risposta è disarmante quanto banale: i maestri dell’architettura contemporanea, cioè il meglio delle generazioni di architetti che ci hanno preceduto e in alcuni casi, i più recenti, gli autori di opere criticate, perché appartenenti al passato, fanno contemporaneamente parte anche della pattuglia oggi impegnata a produrre “nuove” architetture. Tenendo conto che l’approccio metodologico, il rigore disciplinare e la tensione etica erano in passato decisamente più elevate rispetto ad oggi, non è difficile immaginare quale sarà il destino delle prove d’autore attualmente sbandierate come esempi di eccellenza. Dov’è lo sbaglio allora? Semplicemente nel fatto che, ieri come domani, non è possibile risolvere il problema dell’abitazione sociale intervenendo esclusivamente in termini fisici, sugli edifici o su interi quartieri. La storia recente dimostra che i migliori architetti e i migliori propositi da soli non bastano; i quartieri ghetto non sono esempi negativi perché mal progettati, semmai è vero il contrario, anche se mancano esempi in cui l’eccesso di ideologismo ha pesato in modo determinante. I quartieri ghetto, indipendentemente dalla loro forma fisica, sono tali perché propongono un’eccessiva concentrazione di classi sociali disagiate in zone marginali, mal collegate con la città, con forte carenza di servizi (ma non di standard), con poca o nulla attenzione all’integrazione o alla coesione sociale degli abitanti. Etica o estetica possono poco o nulla quando si innestano processi sociali che in breve tempo diventano delle vere e proprie bombe ad orologeria. E’ questo un fenomeno ricorrente nella recente storia urbanistica, che tocca le nostre periferie esattamente come è avvenuto nelle balie parigine o nel quartiere di Bijmermeer ad Amsterdam. Così come non hanno saputo prevedere gli esiti delle loro meravigliose “macchine abitative”, forse perché troppo concentrat sul loro specifico disciplinare, ugualmente i progettisti non hanno saputo individuare rimedi efficaci per modificare l’emarginazione fisica e sociale dei nuovi quartieri residenziali.

Autore: Riccardo Roda
Pubblicato sul supplemento a Modulo 365/2011 - Speciale Housing Sociale