(formazione) Climate Action Package

L’attuale coinvolgimento emotivo del pubblico sul tema dell’energia rinnovabile e il massiccio coinvolgimento professionale sul tema della certificazione energetica di per sé certamente positivo e buona base di partenza sta generando delle false illusioni sulla possibilità di rispettare il Climate Action Package del Parlamento Europeo per il 2020 che prevede le seguenti misure:
-riduzione dei gas ad effetto serra del 20% (o del 30%, previo accordo internazionale);
-riduzione dei consumi energetici del 20% attraverso un aumento dell’efficienza energetica;
-innalzamento al 20% del nostro fabbisogno energetico l’utilizzo delle energie rinnovabili.
Risulta evidente che l’edilizia residenziale e commerciale, alla quale viene attribuito il 40% dei consumi finali di energia e il 36% delle emissioni di CO2 (Francis Allard, Target 20/20/20: forecast for thre future in building, 47th International Congress Aicarr October 8th And 9th 2009 - Tivoli - Rome), costituisce il cuore di questa ambiziosa politica. In aggiunta a questi obbiettivi viene richiesto agli Stati membri di definire una roadmap per favorire la realizzazione di net zero energy building: infatti a partire dal 2019 tutti gli edifici dovranno essere progettati secondo il principio per cui l’energia consumata dagli stessi dovrà essere compensata con quella prodotta attraverso fonti rinnovabili.
Questi obiettivi debbono essere inseriti nella pianificazione nazionale relativa all’efficienza energetica e richiedono una completa revisione migliorativa rispetto a quanto previsto nella legislazione più recente. Tutto ciò richiede un completo ribaltamento dell’attuale cultura progettuale basata nella sostanza su certificazioni automatizzate spesso di sapore burocratico, per una riconsiderazione del modo complessivo di far progetto. Tale riconsiderazione dovrebbe mettere in primo piano la necessità e l’opportunità di rendere coerenti le decisioni progettuali con le condizioni climatiche e microclimatiche del sito, per rendere minima la necessità di ricorrere al supporto impiantistico, incentrando sull’edificio la funzione preminente di assicurare condizioni di benessere durante il variare dei cicli stagionali.
Gli obiettivi posti dal Parlamento Europeo per il 2020 richiedono quindi approcci proattivi di profonda recisione delle attuali prassi professionali. In altri paesi dell’Europa da molto tempo sono stati definiti standard di riferimento, anche se non cogenti, per lo sviluppo di net zero energy building (Il Governo inglese, per esempio, ha fissato i tempi di una transizione radicale: dal 2016 si potranno realizzare solo costruzioni “carbon neutral”, in grado cioè di azzerare il contributo di anidride carbonica grazie a un mix di misure di efficienza energetica e di utilizzo di fonti rinnovabili).
Per quanto riguarda l’Italia si assiste, oggi, ad un tentativo di importare in Italia soluzioni e tecnologie vincenti applicate a nord delle Alpi, basate esclusivamente su un approccio conservativo (iperisolamento, ventilazione controllata, finestre con vetrocamere a una o due intercapedini, guadagni diretti, ricambi d’aria meccanizzati anche per eliminare carichi termici interni ed esterni in eccesso). Ma le strategie progettuali adottate in tali paesi, che consentono con pochi sforzi di raggiungere gli obiettivi posti dalla Comunità Europea, non sono applicabili nelle condizioni climatiche italiane, salvo che per alcune zone più rigide. L’Italia è, infatti, caratterizzata da un clima che presenta in stagione estiva situazioni di criticità che non si pongono con la stessa intensità nei paesi che presenta in stagione estiva situazioni di criticità che non si pongono con la stessa intensità nei paesi a nord delle Alpi. La trasposizione integrale di tali strategie energetiche puramente conservative al caso italiano, che consentono il ricorso a sistemi costruttivi privi di inerzia termica, renderebbe infatti l’edificio maggiormente esposto a condizioni di surriscaldamento durante la stagione calda (e a volte anche durante la stagione fredda), in ragione di una maggiorata dipendenza oltre che dagli apporti solari, dai carichi interni. Certamente un impianto efficiente, alimentato da energie rinnovabili potrebbe risolvere facilmente il problema, ma esistono importanti motivazioni sociologiche che non consigliano questa pratica adottata nelle Passivhaus. La mitezza del nostro clima immette nel concetto di qualità dell’abitare un rapporto tra ambiente interno ed esterno non mediato durante tutto l’anno da supporti impiantistici e basato quindi sulla ventilazione naturale. Per tener conto delle condizioni climatiche estremamente variabili da nord a sud con una alternanza climi alpini, appenninici, collinari, lacustri, marini, di pianura che instaurano livelli e modalità di stimolazione dell’ambiente costruito oltremodo differenti è necessario diffondere in Italia una cultura di progettazione “climate responsive” per giungere a soluzioni costruttive diverse a seconda delle specifiche condizioni climatiche, ma contemporaneamente sempre meno dipendenti da supporti impiantistici voraci di energia (S. Croce, T. Poli, Case a basso consumo energetico: edifici a climatizzazione spontanea, Sole24ore 2009). A questo fine l’approccio conservativo delle passivhaus deve essere quindi integrato e modulato rispetto al sito mediante sistemi costruttivi e architetture caratterizzate da comportamenti inerziali, schermature innovative di modulazione degli input solari, distribuzioni interne che facilitino la ventilazione naturale, adozione di sistemi di potenziamento della ventilazione naturale, sistemi geotermici di raffrescamento, orientamenti e conformazioni architettoniche di potenziamento della ventilazione naturale (brezze e venti). Ma in un momento storico caratterizzato da un sempre più rapido processo di urbanizzazione tutto ciò rischia di non produrre i risultati auspicati. Lo sprawl urbano che caratterizza molte città italiane è accompagnato infatti da un innalzamento della temperatura che può superare di 4-5 °C quella delle zone circostanti. Il fenomeno dell’isola di calore in stagione estiva può infatti giungere ad annullare i benefici indotti dallo sviluppo di una maggiore efficienza energetica degli edifici.
Un obiettivo che sta diventando strategico è quello di una forte riduzione dalla attuale inefficienza energetica della città. Attualmente le aree urbane si sviluppano sul 2% della superficie terrestre, ma consumano tra il 60-70% di quella che viene chiamata Commercial Energy. Nel 2015, nei paesi a più elevato HDI (Urban Development Index), il 75% della popolazione mondiale vivrà in aree urbanizzate, con un incremento annuale previsto del 1,7%. A fronte di questi dati la pianificazione urbana e territoriale mostra scarsa attenzione, se non in forma stereotipale, alla cosidetta cosidetta orma ecologica (rapporto tra occupazione reale e virtuale del territorio) e alla conseguente formazione dell'isola di calore o isola climatica urbana che si manifesta con temperature anche molto superiori a quelle della campagna circostante. Quest’ultimo fenomeno in stagione estiva determina elevati costi sia in termini di sanitari (inquinamento e mortalità) che di consumo energetico. Uno studio del Lawrence Berkeley National Laboratory ha evidenziato come un aumento del 7,5% dell’albedo della città di Los Angeles (tetti, strade, marciapiedi) e una politica di inverdimento può determinare un abbassamento della temperatura massima di 2,8°C e una riduzione di circa 1.5 GW del picco di potenza estivo, corrispondente al 15% di quanto attualmente richiesto dagli impianti di condizionamento. Tali studi hanno, inoltre, evidenziato che il citato abbassamento della temperatura estiva è in grado di determinare una riduzione di circa il 10% dello smog fotochimico che si forma attualmente nelle giornate più calde. Dal punto di vista tecnico scientifico, una pianificazione orientata alla mitigazione dell’isola di calore si deve basare sul controllo della metabolizzazione dei carichi termici interni e solari. Tale metabolizzazione è dipendente dalla strutturazione planivolumetrica (tra cui la riduzione delle trappole termiche come i canyon urbani), dal fattore di inerzia della città, dalla sua capacità di dissipazione del calore attraverso l’evo-traspirazione, dal suo albedo inteso come capacità di rinviare verso lo spazio una parte della radiazione solare incidente, dalla permeabilità della struttura urbana all’azione dei venti e delle brezze. Preoccupa in particolare il fenomeno delle sprawl urbano che caratterizza le aree territoriali ad elevata intensità abitativa (Milano, Napoli) dove i processi di pianificazione urbana sono spesso slabbrati su svariati centri decisionali con modelli di sviluppo inevitabilmente disorganici. In definitiva uscendo dai temi che coinvolgono attualmente il mondo professionale come le certificazioni (la macchina è oramai avviata), il controllo dei ponti termici (tutti oramai sanno tutto), gli eco-isolanti e i materiali sostenibili (non se ne può più), la saga delle frecce rosse blu della architettura d’aria (qualche calcolo dimostrativo sarebbe opportuno), è tempo di sparigliare le carte e vedere come anche il modo di far progetto abbia bisogno di una rivoluzione culturale fuori dalle comode ideologie e dalle semplificazioni dei guru e in grado di utilizzare i supporti scientifici della fisica degli edifici che la ricerca ha messo a disposizione negli ultimi anni.

Autore: Sergio Croce
Pubblicato su Modulo 366/2011