Architettura sostenibile: falsi miti e criticità

Quante volte un progetto di architettura è stato definito come “sostenibile” senza alcuna informazione probatoria? Con quale frequenza edifici dichiarati “verdi” sono smentiti dalle prestazioni dell’edificio in esercizio e dal discomfort degli occupanti (underperforming building)? Quanti materiali o tecnologie sono etichettate come “sostenibili” pur mostrando solo informazioni parziali? E quanto è frustrante quando i politici si attraccano a simboli esclusivamente visibili di sostenibilità, come pannelli solari o pale eoliche, invece di cose più efficaci come una progettazione architettonica integrata e sostenibile? Alcuni anni fa il dizionario inglese Oxford ha aggiunto la parola “Greenwashing”: si tratta di un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste finalizzate alla creazione di un’immagine positiva della propria attività. In altre parole, si può parlare di greenwashing in edilizia quando un attore del processo (committente, progettista o fornitore che sia) finge di occuparsi dell’ambiente e del benessere degli occupanti, compiendo azioni e strategie d’immagine al fine di nascondere attività che, al contrario, sono negativamente impattanti. Nella peggiore delle ipotesi, il greenwashing è un tentativo deliberato di mascherare un impatto sull’ambiente e/o sull’uomo; nella migliore delle ipotesi, rivela quanto sia difficile, anche con le migliori intenzioni, definire con precisione la “sostenibilità” e che cosa fare di conseguenza. Come risultato, alcuni edifici vengono etichettati sostenibili senza fornire alcuna prova per sostenere tali affermazioni con nomenclature ambigue quali: “sostenibile”, “bioclimatico” e “verde”.
Questi termini sono raramente associati a precise prestazioni ambientali e sono spesso utilizzati in sostituzione a dati concreti.
Questi fenomeni sono possibili in un contesto, come spesso è quello edilizio, con un forte bisogno di un “knowhow” specifico. La situazione è ben fotografata nell’ambito del progetto EDUCATE coordinato dall’Università di Architettura di Nottingham. La ricerca ha evidenziato come:
-la formazione degli architetti sia insufficiente nell’ambito della sostenibilità, così come quella degli attori coinvolti nell’ambiente costruito, gli organi decisionali e per il pubblico.
-la presenza di informazioni prestazionali fuorvianti e ingiustificata appropriazione di qualità tecniche (es. greenwash)
-retaggi culturali che ignorano il potenziale di creatività insito nella progettazione sostenibile la quale è ancora percepita come una pratica complessa, costosa e di competenza esclusiva di specialisti
-la presenza di errate convinzioni riguardo ai costi di costruzione, pregiudizi e mentalità che nell’insieme privilegiano il risparmio a breve termine relativo al costo di costruzione piuttosto che il contenimento dei costi a lungo termine relativi alla gestione degli edifici.
La ricerca si è inoltre concentrata sul come l’apparato normativo sostiene la sostenibilità in edilizia con la conclusione che:
-il quadro legislativo è ancora inadeguato per l’incentivazione della sostenibilità
-vi è una forte necessità di requisiti più chiari e di una loro più severa verifica
-manca un obiettivo a lungo termine oltre ad incentivi economici che possano promuovere una progettazione innovativa.
Questa serie di considerazioni di situazioni originano “falsi miti” ed errate convinzioni nell’ambito della progettazione sostenibile. 

Autore: Emanuele Naboni, Ingrid Paoletti
Pubblicato su Modulo 380/2012
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